“L’indice diriuscita della politica è la felicità pubblica, il pubblico benessere. La politica deve metterequalsiasi uomo nelle condizioni di perseguire, costruire, raggiungere i propri progetti di felicità”.Lo ha detto il filosofo Salvatore Natoli intervenendo stamani a Roma al convegno su “Il dolorenella politica” organizzato dalla rivista “Angeli”, diretta da Antonio Guidi. Per raggiungere il suoscopo, ha aggiunto Natoli, la politica deve quindi “mirare a ridurre il dolore, la sofferenzasociale. Se la politica dimentica il dolore, fallisce”. Il problema, ha spiegato il filosofo (che fral’altro è autore proprio di uno studio su “La politica e il dolore”), è che la nostra è una societàdei “riusciti”, dove “nell’ordinario della vita il dolore è ghettizzato”. Dopo aver fatto la distinzionetra “esclusione attiva” (chi vive ai margini della società, ma ha risorse proprie per guadagnarsispazi) ed “esclusione passiva” (chi non ha risorse proprie), Natoli ha detto che “nella nostrasocietà c’è una quota di umanità in perdita, che non rende, e la politica dovrebbe farsenecarico eliminando la quantità di dolore evitabile assumendo il punto di vista dell’escluso pervariare il sistema”. Per Natoli, comunque, il vero “dolore della politica” è il “dolore dellarappresentanza” in quanto spesso si confonde “rappresentanza” con “protezione”, mentreaumenta il divario tra “rappresentanti” e “rappresentati”. La distanza degli eletti con i proprielettori, ha concluso Natoli, è molto superiore a quella che c’è tra i politici dei diversischieramenti che, al contrario, “tendono ad assomigliarsi sempre di più”.