“L’handicap trova spazio nei media soprattutto quando diventa espressione di un ‘caso’: i media, cioè, si occupano raramente delle questioni cosiddette ‘ordinarie’ dell’handicap ed affrontano per lo più situazioni particolari come i casi di disfunzioni organizzative, di discriminazione, di denuncia o di violenza. I problemi dell’handicap, insomma, sono storie che si vendono male”. Lo sostiene Renato Salvicchi, nel volume “Da sudditi a cittadini” (Giuffrè Editore), presentato stamani a Roma, presso l’Avvocatura generale dello Stato, nel corso del convegno sul tema “Consiglio degli utenti e qualità televisiva”. “E’ inevitabile, in uno scenario siffatto, che l’aspettodell’handicap ‘interessante’ per i media – spiega Salvicchi – finisca per essere quello che si esemplifica attraverso casi eclatanti come i falsi invalidi o la disabile psichica pluriprolifica suo malgrado e sempre deprivata dei figli”. Ma Salvicchi, che è membro del Consiglio degli utenti, non risparmia critiche anche alle “maratone mediali a fini benefici” come le “30 ore per la vita” del “Telethon”. Tra i numerosi interventi al convegno romano, Antonio Marzotto Caotorta, a nome dell’Aiart, l’Associazione dei telespettatori, ha criticato in particolare quei programmi che fanno “spettacolo” con le “risse in famiglia” e “che altro non sono che uno sfruttamento dei dolori più intimi a scopo commerciale”. L’esponente dell’Aiart ha infine espresso forti dubbi sulla “autodisciplina delle emittenti” affermando di non credere “alla efficacia dei cosiddetti ‘codici’, ma solo nelle leggi e nella loro applicazione”.