“Non c’eraaltra soluzione se non quella armata”. E’ quanto afferma p. Luis Martinez, 68 anni, vicarioepiscopale della comunità giapponese a Lima, in un’intervista sul prossimo numero dellarivista ‘Mondo e missione’. Padre Martinez si trovava, insieme a p. Juan Julio Wicht, nei localidell’ambasciata giapponese, al momento dell’irruzione del commando dei Tupac Amaru, loscorso 17 dicembre. P. Luis è stato liberato dopo pochi giorni, a causa della sue condizioni disalute, p. Julio, invece, è rimasto insieme agli altri ostaggi durante i 126 giorni di prigionia. “ITupac Amaru – spiega p. Julio – volevano liberare anche me. Ma mi sono detto: sono unsacerdote, con quale coraggio posso andarmene? Così ho risposto che sarei rimasto sinchénon fosse stato liberato l’ultimo ostaggio: il Signore mi ha dato la forza di perseverare ma cisono stati momenti davvero duri: i Tupac Amaru non ci hanno torturato fisicamente, ma cihanno privato con la violenza della libertà, ci hanno costretto a vivere in condizioni inumane esotto la costante minaccia delle armi”. “In un cotesto profondamente religioso come quelloperuviano – racconta ancora p. Luis – era inevitabile che il sacerdote compagno di sventuradiventasse un punto di riferimento, il confidente, l’amico: dai sequestrati è venuta la richiestadella confessione, di momenti di preghiera comune, della celebrazione dell’eucarestia; persinoi non cattolici e alcuni guerriglieri hanno assistito alla messa”.