“Un documento di speranza, un inno all’ottimismo”. Così il card. Pio Laghi, prefetto della Congregazione per l’Educazione cattolica e presidente della Pontificia Opera per le Vocazioni Ecclesiastiche, ha definito il documento “Nuove vocazioni per una nuova Europa”, con cui si è concluso il Congresso sulle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata in Europa, svoltosi nei mesi scorsi a Roma. “Anche se non riusciamo ancora a coprire le troppe perdite per morte ed anzianità – ha detto il cardinale, presentando il testo alla stampa – i segni che provengono dall’Europa sono molto incoraggianti: nel 1978, i candidaci al sacerdozio erano 23.915, mentre nel 1995 sono diventati 29.351. Una linea crescente che tocca tutta l’Europa, con punte significative nei Paesi dell’Europa dell’Est, come Romania, Ucraina, Bielorussia, Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia”. Una certa ripresa di vocazioni, ha aggiunto il prefetto, “si nota anche nelle nazioni dove la secolarizzazione si è fatta più invadente, come Spagna e Italia. La Spagna è passata da 2.803 candidati nel 1978 a 3.191 nel 1995; l’Italia da 5.516 è passata a 6.256”. Nonostante questi buoni risultati, ha sottolineato il card. Laghi, il clima culturale europeo è caratterizzato da una “cultura antivocazionale”. Alla domanda su quanto influisce, in Europa, la crisi demografica sull’andamento delle vocazioni, mons. Enrico Masseroni, arcivescovo di Vercelli, ha sottolineato che “il soggettivismo e l’esasperato individualismo sono gli aspetti culturali che stanno alla radice della non fiducia nella vita e nella mancanza di speranza”.