“Siamo molto scettici sui sogni degli ‘immortalisti’, che vorrebbero mantenere, attraverso la genetica, sempre giovane l’organismo umano”. E’ il parere del vescovo Elio Sgreccia, dell’Istituto di bioetica dell’Università Cattolica, a proposito della tendenza geriatrica definita “immortalista”. Secondo questi orientamenti si può ritardare o impedire l’invecchiamento e le sue conseguenze intervenendo direttamente sul gene umano. Mons. Sgreccia ne ha parlato al Sir a margine del convegno su “Genoma ed invecchiamento” che si è aperto oggi a Roma, organizzato dall’Università Cattolica, dalle tre Università statali di Roma e dal Campus Bio-medico.”Ma che tipo di vita sarebbe? – si chiede mons. Sgreccia -. Si potrebbe avere una forma fisica buona ma con una mente logorata. O un atleta che mantiene bene le sue funzioni fisiche organiche ma con il morbo di Alzheimer perché il suo sistema nervoso è degradato. E’ difficile dominare tutto l’insieme dei geni”. Sul piano dell’invecchiamento, precisa, “bisogna vedere quello che c’è di genetico e quanto è dovuto invece al logoramento provocato dall’ambiente. Certamente le ipotesi immortaliste sono un po’ fantasiose”. Ciò che si può fare, spiega mons. Sgreccia, “è auspicare i progressi della ricerca genetica per curare le malattie legate al gene”.