Il 28% degli iscritti alle Acli (oltre 800 mila) sono donne e il 10,8% sono ragazze con meno di 28 anni. Portano aiuti nelle zone terremotate, insegnano alle colf immigrate, organizzano corsi di vario genere, ma anche “banche del tempo” e “centri antiviolenza”. Con questi “dati alla mano” e in vista della loro assemblea nazionale che si terrà dal 9 all’11 ottobre a Senigallia, le donne delle Acli rivolgono, “pur con tanti distinguo”, “un’accusa di maschilismo” al movimento aclista che definiscono “di impronta maschile” e segnato da “culture, modalità e stili decisionali non proprio propensi ad incentivare e valorizzare le presenze femminili ai livelli di dirigenza”. Le donne acliste “non chiedono – spiegano in una nota – più potere o più posti negli organismi di dirigenza, se questo continua a rimanere assolutamente disgiunto da un reale impegno a rifondare il senso di una politica ormai consunta”. “Sono però disposte – proseguono – ad assumersi maggiori responsabilità all’interno del movimento aclista, per costruire insieme, uomini e donne, un’organizzazione capace di dare senso ad una politica che renda questo mondo vivibile per tutti. A cominciare dagli ultimi che sono il cuore della missione delle Acli”. L’impegno delle donne delle Acli è rivolto in modo particolare a combattere “le tante discriminazioni che, nonostante gli avanzati strumenti legislativi a disposizione, ancora permangono, ad esempio, sul lavoro”. Le donne acliste fanno riferimento alle disparità salariali, alla “disattesa” legge sulla maternità, alle difficoltà di accesso alla carriera, alla disoccupazione femminile e al ricorso al lavoro nero.