Può anche non essere connazionale. E’ però importante che conosca la lingua ed abbia una “affinità acquisita” con i migranti. Deve saper svolgere un ruolo di mediazione tra la comunità etnica e la Chiesa locale, promuovere e accompagnare “il processo di integrazione anche ecclesiale”. Deve infine avere “spirito di adattamento e stile di mobilità”, ma soprattutto far sua la “cultura della solidarietà, dell’accoglienza e della condivisione”. E’ l’identikit dell’operatore di pastorale migratoria che mons. Luigi Petris, direttore generale della Fondazione Migrantes della Cei, ha tracciato intervenendo questa mattina al IV Congresso mondiale sulla pastorale dei migranti e dei rifugiati. “Oggi – ha detto Petris – è cresciuto fino ad ingigantirsi il movimento migratorio, sia quello che avviene sotto la spinta di necessità economiche spesso drammatiche, sia quello che più propriamente rientra nella categoria dei profughi e dei rifugiati”. Di fronte a questo fenomeno, ha aggiunto il direttore della Migrantes, il mondo “non si trova preparato né psicologicamente né politicamente”. “In questo immenso campo della forzata mobilità, reso più vasto e scabroso di ieri – ha proseguito Petris – l’operatore della pastorale etnica è chiamato a proclamare che questa gente ha più di un titolo (povertà, sofferenza, persecuzione) per far entrare nella propria vita travagliata le beatitudini evangeliche”. “Non si tratta – ha osservato mons. Petris – di una pastorale di ordinaria amministrazione”, al contrario, “per chi opera in questo campo, c’è bisogno di una preparazione e di un continuo aggiornamento ad alto livello”. Questa preparazione deve aiutare ed andare “oltre le doverose risposte ai bisogni primari” e “sostenere con franchezza leggi giuste che rispettino e difendano i diritti fondamentali della persona umana”. Oggi i partecipanti al congresso sono stati ricevuti dal Papa.