Sono 1675 i sacerdoti non italiani presenti in Italia ed impegnati stabilmente o a tempo parziale nella pastorale delle diocesi italiane. Provengono per lo più dalle tradizionali terre di missione e dall’Est Europeo: i paesi di provenienza in vetta alla classifica sono la Polonia, la Colombia, la Repubblica democratica del Congo, l’India, la Nigeria e le Filippine. E’ quanto emerge da un’inchiesta realizzata dal Cum (Centro Unitario Missionario) che in questi giorni sta svolgendo a Verona un seminario di studio dedicato ai sacerdoti non italiani impegnati nella pastorale della Chiesa italiana sul tema “Non più ospiti, ma familiari”. E’ il Lazio la regione che fa segnare il maggior numero di sacerdoti stranieri: solo nella diocesi di Roma se ne contano 348 mentre nell’intera regione sono 787. Seguono la Toscana con 160 presbiteri non italiani, l’Abruzzo (91), la Puglia (80), l’Emilia Romagna (77) e l’Umbria (75). Nel presentare i dati dell’inchiesta, mons. Sergio Bertozzi, direttore del Cum, definisce questa presenza come “una sorta di ‘villaggio globale’ in parrocchia”. “E’ l’anello finale – aggiunge il direttore – della logica dello scambio. Le vigne che sono state piantate dagli operai del Regno, vale a dire i primi missionari partiti nei secoli scorsi, hanno dato buoni frutti, che oggi tornano alle nostre Chiese”. Mons. Bertozzi non nasconde “le difficoltà in cui questi preti operano. A cominciare – dice – dalla lingua. Non è sufficiente però esprimersi con chiarezza e proprietà. Più in generale, il prete deve conoscere e interpretare la mentalità dei fedeli a cui si rivolge”. Per questo, a parere di mons. Bertozzi, è “fondamentale” la collaborazione con il presbitero diocesano. E’ chiaro che questo è un cammino che procede in due sensi. E anche che alcuni ostacoli possono essere superati, se la logica è quella della famiglia”.