“Si può fare insegnamento confessionale non solo parlando dei dogmi ma insegnando qualsiasi altra cosa. Lo si fa quando non si permette la discussione e non si abitua l’alunno ad elaborare un giudizio critico su quello che gli si dice e gli si propone”. Così fratel Giuseppe Gioia, membro del Consiglio nazionale della Fidae e del Consiglio nazionale della scuola cattolica, commenta le polemiche che hanno suscitato nei giorni scorsi le parole del Papa sull’ “ideale educativo” perseguito dagli istituti cattolici. ” “”Una scuola cattolica – prosegue fratel Gioia – non può non educare alla fede e al trascendente. Non può non istruire nella religione cattolica. Essa offre percorsi contemplati nel progetto educativo che però nulla hanno a che fare con la categoria del confessionale” e con “l’accusa di proselitismo”. A questo proposito, fratel Gioia ricorda il documento sulla scuola cattolica del 1983 dei vescovi italiani in cui si afferma che il pluralismo è rispettato là dove la cultura è “autentica” e dove si “stimola un dialogo senza preconcetti con le diverse posizioni nello sforzo di ricerca di ciò che è vero, giusto e buono”. “Creare una scuola pluralista – sottolinea il rappresentante della Fidae – non significa offrire agli alunni la possibilità di accedere ad una sorta di supermercato delle varie idee. Questo metodo non è possibile dal punto di vista educativo perché creerebbe nel ragazzo confusione. Qualsiasi educatore parte da un’ipotesi, da una proposta, da un’idea dell’uomo e del mondo ma lascia poi libero colui che la ascolta, di accettarla o meno”. A parere di fratel Gioia, questo tipo di polemiche in realtà “nasconde una cattiva volontà di dialogo”.” “