NOTA SETTIMANALE

Trasmettiamo il testo integrale della nota settimanale del Sir. Escono tutti ammaccati, i protagonisti politici e militari di questo ennesimo capitolo della crisi irachena. Per la prima volta, anzi, autorevoli esponenti statunitensi hanno espresso dubbi sulla strategia dell’amministrazione Clinton. Lontana dal realizzarsi, di fronte alla scelta bellica, una improbabile atmosfera di patriottica condivisione, il presidente americano si è ritrovato coinvolto nella procedura dell’impeachment, per la seconda volta nella bicentenaria storia degli Stati Uniti. Sul terreno restano le numerose vittime dei missili e delle bombe, nonché la pervicace volontà di sopravvivenza del dittatore iracheno Saddam Hussein, che scommette sulle sofferenze del suo popolo per continuare ad esistere.” “Ancora una volta è stato Giovanni Paolo II, nell’imminenza del Natale (il primo che sarà celebrato ufficialmente a Cuba), ad esprimere i sentimenti profondi dell’opinione pubblica mondiale, il suo dolore e la sua amarezza. “Al mio profondo dolore per la situazione di quella popolazione – ha detto il Papa -, si unisce l’amarezza nel constatare quanto spesso vengano deluse le speranze riposte nella validità e nella forza del diritto internazionale e nelle Organizzazioni chiamate a garantirne l’applicazione”. Ed ha aggiunto: “Ripeto ancora una volta, la guerra non è mai stata e non sarà mai un mezzo adeguato per la soluzione dei problemi tra le nazioni”.” “Che fare allora? La strada maestra, secondo il Papa, è quella che passa per il concreto bene delle persone: “Più che mai è il popolo iracheno che deve essere al centro delle preoccupazioni di quanti, in Iraq ed altrove, hanno il dovere di risolvere la crisi. A tutti va il mio accorato appello affinché prevalgano la solidarietà umana e il rispetto dell’ordine internazionale”.” “Certo non sarà facile proseguire sulla strada che lo stesso Giovanni Paolo II aveva indicato nel solenne discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 5 ottobre 1995, la strada della libertà e della responsabilità, per garantire insieme i diritti della persona e quelli delle nazioni. E paradossalmente la causa maggiore di crisi e di instabilità, che si constata nella regione dall’Iraq alla Terra Santa, ed in molte altre parti del mondo, è proprio il corto respiro dei maggiori attori della politica internazionale, la loro sostanziale debolezza (registrata anche nel corso di questa crisi) e l’assenza di prospettive non tanto a lungo, quanto nemmeno a medio termine.” “Certo non basta scommettere assemblearmente sull’Onu: il suo consolidamento non può che essere lungo, e non può prescindere da forti attori politici e militari, né può prescindere dal ruolo strategico degli Stati Uniti, ma anche dell’Europa, che si conferma “nano politico” anche nel corso di questa crisi, della Cina, della Russia, o di alcune potenze regionali. Negli ultimi anni, che corrispondono peraltro alle due presidenze Clinton e a questa strana tenzone con l’Iraq, il problema, posto dopo il crollo dell’Urss e dalla guerra del Golfo, non ha avuto soluzioni stabili. La deterrenza militare, infatti, si è accompagnata ad un serpeggiante neo-isolazionismo. E questa incertezza, cui fa riscontro la debolezza di una Europa divisa ed indecisa, incapace di coniugare deterrenza militare e visione politica, sarà probabilmente accentuata dalla procedura dell’impeachment. ” “Mentre esprimeva il proprio dolore e la propria amarezza, il Papa ha confermato l’intenzione di recarsi in Iraq nel 2000, per il Grande Giubileo. Non lo spaventano i muri, né le armi, perché lo muove un interesse che non è di parte, ma che è tutt’uno con quello dei più poveri e dei più sofferenti. Da questo anche la politica può avere qualcosa da imparare. E forse così riuscire a quel rinnovamento delle relazioni internazionali, a quella stabilizzazione degli equilibri strategici, che tutti invocano, ma che questa ennesima crisi sembra invece ancora una volta allontanare. ” “