“Le nostre comunità devono aprirsi ad esperienze come quelle di Taizé”. E’ il parere di don Domenico Sigalini, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile, sull’incontro dei giovani di Taizé in corso a Milano. Punto forte di questa esperienza secondo don Sigalini “è la preghiera, con uno stile che viene conservato nei giovani, che poi vivono il loro apostolato nelle realtà locali, non sempre pronte ad accogliere e reinterpretare queste nuove esigenze”. “Resta nei giovani la nostalgia della preghiera e la voglia di sperimentare nelle nostre comunità il suo fascino, che nei nostri contesti liturgici a volte distratti non si riesce più a percepire”. Nasce qui, secondo don Sigalini, la “provocazione” di Taizé. “Perché anche nelle nostre comunità non si riesce a trovare un po’ di silenzio, un coinvolgimento visivo per poter pregare?”. “Il problema – afferma don Sigalini – è trovare degli spazi educativi per la preghiera dei giovani, che non possono essere solo la messa domenicale”. “Il giovane ha bisogno di silenzio, di essere coinvolto anche nella sua corporeità in questa ricerca di preghiera”. Ma la sfida di Taizé è anche ecumenica: “Intorno alla preghiera svaniscono anche tutte le nostre beghe teologiche”, e nella preghiera “si stemperano le appartenenze alle varie confessioni”. Un ecumenismo vissuto però ancora ad un primo livello “perché la vita ci offre delle situazioni che devono essere approfondite e studiate. Non si può chiudere tutto in un rapporto emotivo che ci unisce a Dio. Il suggerimento che viene dai giovani di Taizé è quello di portare l’ecumenismo nelle nostre celebrazioni”.