Un appello dei vescovi del Rwanda e Burundi e una lettera dei preti diocesani del Burundi sono il grido d’allarme sulle condizioni della popolazione nei due paesi africani, “insanguinati dai massacri e dal genocidio tra etnìe”. Le due conferenze episcopali chiedono che sia “tolto l’embargo che isola il Burundi dalla comunità internazionale e fa soffrire la parte più vulnerabile della popolazione”, e richiama al tempo stesso le comunità cristiane “a lottare con determinazione contro l’etnocentrismo” e ad “impegnarsi nella dinamica dell’amore e della solidarietà”. In una lettera indirizzata alle conferenze episcopali di diversi paesi europei i preti della diocesi di Bururi, in Burundi, denunciano inoltre la carenza di aiuti umanitari alle popolazioni colpite dalla guerra civile. Oltre 150.000 persone della diocesi di Bururi sono rifugiati dalla fine del ’96 e “non beneficiano del sostegno di nessun organismo non governativo (ong)”, tranne il programma nutrizionale della Caritas e di un’altra organizzazione. Il vescovo di Bururi, Bernard Bududira, ricorda che i preti del Burundi sono “quotidianamente testimoni di situazioni di fame e malattia, senza nessuno che venga in loro aiuto. I rappresentanti degli organismi umanitari trovano delle scuse, dicendo che si è in una ‘zona rossa’. Se loro non hanno il coraggio di venire qui – precisa -, che abbiano almeno fiducia in noi”. “Non c’è nessuna prospettiva di aiuti all’orizzonte – scrivono i sacerdoti del Burundi – Ciò che ci viene dato sarà sufficiente solo per 15 giorni e non basterà nemmeno per la metà della popolazione. Ogni giorno muoiono più di 20 persone, soprattutto donne e bambini”. Nella lettera viene denunciata “la discriminazione etnica e la strumentalizzazione politica degli aiuti umanitari”: Lanciando quindi “un s.o.s. al vostro senso umanitario ed evangelico” chiedono ai responsabili degli organismi non governativi di “dissociare gli aiuti da lle considerazioni politico-etniche che riconducono la persona umana più alla sua etnìa, gruppo e provenienza, che al suo stato di bisognoso”.