Antonio Spagnolo, dell’Istituto di Bioetica dell’Università Cattolica di Roma, interviene in merito alla sperimentazione della “terapia Di Bella” contro il cancro. “Abbiamo letto o sentito amministratori e autorità pubbliche – rileva Spagnolo – che hanno parlato di ‘disumanità della metodologia di assegnare a caso i pazienti’ al gruppo di quelli che parteciperanno alla sperimentazione o, ancora, che limitare il numero di pazienti che saranno ‘arruolati’ sarebbe una discriminazione in quanto si priverebbero gli altri pazienti di qualcosa che spetterebbe loro”. In realtà, spiega Spagnolo, “i ricercatori si sono dati delle regole per cercare di diminuire il più possibile il pregiudizio. Così, si fa in modo che nella sperimentazione né i pazienti né i ricercatori stessi sappiano quale trattamento viene attuato e per fare questo si deve procedere stabilendo ‘a caso’, con un ‘sorteggio’, quali pazienti assumeranno il farmaco in studio e quali quello di controllo. Solo dopo la fine della sperimentazione, si aprirà il codice e si potrà constatare l’efficacia o meno del nuovo trattamento rispetto a quello di controllo. Includere ‘a caso’ i pazienti nella sperimentazione non è dunque disumano, come è stato detto, ma doveroso per evitare di ingenerare false aspettative e danni ancora più gravi”. La vicenda Di Bella, conclude Spagnolo, “non può significare l’abbandono di un patrimonio consolidato di metodologia sperimentale che ha portato l’umanità a raggiungere quel progresso della medicina di cui tutti godiamo”.