E’ la conclusione a cui è arrivata una ricerca sulla condizione degli immigrati a Roma che è stata condotta e curata da Franco Martinelli, Anna Maria D’Ottavi e Marco Valeri. L’indagine che verrà presentata a Roma mercoledì 18 marzo ha cercato di valutare i processi di integrazione e adattamento di alcune delle comunità più numerose presenti nella capitale: i filippini – si legge nella ricerca – costituiscono il gruppo di stranieri più elevato in assoluto a Roma, con oltre 23 mila cittadini. Seguono gli egiziani con 7.291 presenze legali, i srilankesi (5.574) meno visibili per la loro più recente venuta, e gli etiopi (4.468) presenti da tempo con una immigrazione in gran parte di transito. I ricercatori hanno cercato di indagare la condizione di abitazione, lavoro e guadagno degli immigrati, lo stato delle loro relazioni sociali. “Ne viene una rappresentazione cruda della vita sociale della città – affermano i ricercatori – percepita da alcuni immigrati come divisa tra la città dove gli stranieri lavorano (i quartieri dei ricchi e del ceto medio) e quella dove essi abitano (i quartieri poveri)”. “Distaccati e distanti” sono i rapporti con gli italiani e con gli appartenenti a gruppi nazionali diversi ma quando si va ad approfondire la natura e la qualità delle relazioni tra connazionali, si scopre che “esse sono improntate a schietto solidarismo, che si traduce – spiegano i curatori della ricerca – in aiuto immediato all’immigrato ogni volta che lo richieda”. Se dunque in generale “non si può ancora descrivere un processo di integrazione”, a causa del lavoro non sempre legale, degli affitti senza garanzia e della distanza nei rapporti con gli altri cittadini, l’indagine sottolinea come negli ultimi anni “le comunità hanno imparato a convivere con la città, diventando indispensabili al suo sistema economico”.