Si conclude domani il Sinodo per l’Asia, che dal 19 aprile, ha visto la partecipazione di 252 padri sinodali. Al tema dei lavori verrà rivolto un messaggio a tutta la Chiesa. La quasi totalità dei partecipanti si è espressa a favore di un “rapido processo di inculturazione, senza il quale la Chiesa cattolica in Asia rimarrebbe ‘religione straniera’”. Grande rilievo, durante i lavori, hanno assunto i temi della famiglia e della difesa della vita. Mons. Alan Basil de Lastic, arcivescovo di Dehli e presidente della Conferenza episcopale indiana, ha chiesto che il Sinodo si pronunci “esplicitamente contro l’aborto”, creando anche “le condizioni che favoriscano la vita e la proteggano”. “Nelle culture orientali – ha fatto notare mons. Nicholas Cheong Jin-Suk, vescovo di Ch’ongiu e presidente della Conferenza episcopale cattolica della Corea – si è conservata la tradizione della famiglia allargata, composta da tre generazioni, che attribuisce un profondo valore agli stretti vincoli familiari. Ciononostante, nel quadro della politica del controllo delle nascite l’aborto è ampiamente diffuso. Anche lo squilibrio tra uomo e donna creato dall’aborto selettivo delle bambine è molto preoccupante”. Secondo mons. Lawrenc Thiencal Samanchit, vescovo di Chanthaburi (Tailandia), anche in Asia la famiglia è in crisi, minacciata “migrazione di massa, ricerca del lavoro, l’assenza dei genitori quando entrambi lavorano, numero crescente di divorzi, di ragazze madri, aumento della prostituzione e del maltrattamento dei bambini”.