NOTA SETTIMANALE

Pubblichiamo il testo integrale della nota settimanale Sir. L’Euro cambierà la nostra vita quotidiana? Nell’arco di una generazione l’Europa potrebbe veramente cambiare volto, e diventare qualcosa di più di una espressione geografica: una comunità di interessi, di vita e di cultura.Per il momento Jacques Chirac, con la consueta ruvidezza, al termine di un duro negoziato sulle poltrone della Banca centrale europea, ha detto: “Siamo in un’Europa delle nazioni, in cui ciascuno difende i propri interessi nazionali”. Non dobbiamo nasconderci che l’Euro nasce in un passaggio complesso. Da molti anni i Paesi dell’Europa continentale devono fare i conti con crisi e ristrutturazioni: dell’economia, degli apparati pubblici, del sistema di protezione sociale. Il tasso di disoccupazione in Europa è a due cifre, e non si intravede all’orizzonte nessuno spiraglio per una rapida inversione di tendenza. Non c’è dubbio che anche l’Unione monetaria nasce in un clima di risorse decrescenti e di accentuata competizione.La Gran Bretagna resta fuori, proseguendo il suo programma post-thatcheriano e guardando oltre Atlantico. Gli Stati Uniti osservano distanti, consapevoli di avere comunque bisogno di una partnership atlantica ed europea dopo avere assestato durissimi colpi, nel corso di una guerra-lampo economica, contro il Far East asiatico e lo stesso Giappone. Dunque il periodo “costituente” dell’Euro, che coinciderà con il mandato dimezzato del presidente della Banca centrale europea Wim Duisenberg, sarà decisivo, non solo sul piano contabile ed economico, ma anche su quello politico e culturale.La classe dirigente che fece quarant’anni fa le scelte giuste, veniva dalla guerra, e vedeva nell’Europa un sicuro ancoraggio per la democrazia, per lo sviluppo, per chiudere definitivamente la rincorsa dei nazionalismi e dei totalitarismi, che datava dalla Rivoluzione francese. Oggi, dopo il crollo del comunismo, quel capitolo si compie. Ed Helmut Kohl ne è un po’ il simbolo. Giustamente si dice oggi che non basta l’Europa della moneta, occorre anche quella della politica. Non basta un “di più” di istituzioni rappresentative, occorre un progetto politico per l’Europa.Se appare un poco peregrina l’idea, avanzata in un editoriale di Le Monde, di costruire l’Europa sui valori del ’68, altrettanto fuori luogo sarebbe riproporre per l’Europa il vecchio (e sbagliato) adagio: fatta l’Europa, facciamo gli europei. E’ vero proprio il contrario. In un momento di crisi e di passaggio, saranno probabilmente gli europei a fare l’Europa, come l’Italia è stata fatta da tutti gli italiani, nel corso di molti decenni, e non da poche, ristrette élite. L’Europa non la faranno i banchieri dell’Euro né i ben pagati eurofunzionari. Né gli uni né gli altri dovranno andare oltre un’attività di controllo e di promozione. L’Europa la faranno i cittadini che useranno l’Euro e le molteplici istituzioni, politiche, economiche e sociali. La faranno le imprese e gli stessi Stati membri. Del resto la lezione della storia è evidente: l’Europa, già nella prima definizione che si deve ad Erodoto, è lo spazio della complessità, della libertà, del pluralismo. L’Europa riuscirà se non cercherà di assomigliare in grande ad uno Stato- nazione, ma se saprà costruirsi come una grande comunità, una grande unione. Non è un caso se il concetto di sussidiarietà è stato ripreso proprio a livello europeo, dopo un lungo oblìo. Il Vecchio Continente con l’Euro apre un nuovo, decisivo capitolo, che non potrà essere che quello della sussidiarietà. In questo modo l’Europa può veramente diventare uno spazio aperto, di riferimento, tanto per l’Est quanto per il Sud, ed un partner, un interlocutore necessario per l’America. Ma questo richiede una cultura politica adeguata, al di là di una socialdemocrazia in crisi ed un liberismo anglosassone che non attecchisce nel Continente, al di là anche di un radicalismo stracco e velleitario che rilanc