“Superare la separatezza tra lavoro e fede, questo è il problema radicale che l’evangelizzazione deve affrontare – ha detto mons. Paolo Doni, docente di teologia morale alla Facoltà teologica dell’ Italia settentrionale, intervenendo al convegno nazionale sul lavoro in corso a Roma -. A ben guardare tale separatezza si riproduce a tutti i livelli. A livello personale è la separazione tra l’esperienza lavorativa e l’esperienza religiosa; a livello economico è la separazione tra le esigenze della produzione e del mercato e le esigenze dell’etica; a livello ecclesiale è la separazione tra le occupazioni ordinarie della pastorale e la pastorale d’ambiente.” Tale distacco è “doloroso e più evidente” nell’esperienza lavorativa, contrapposta “da molti cristiani all’esperienza religiosa”. Ne esce una “immagine della persona impoverita dall’ateismo” e da sistemi economico-sociali come “il socialismo e il liberismo” dove il lavoro non è più “una delle espressioni della vita dell’uomo, ma una espressione unica e totalizzante”. L’uomo viene confinato entro un “benessere economico materiale, diventato il tutto della vita”. La separatezza tra fede e lavoro non ha solo carattere antropologico, ma anche ragioni teologiche ravvisabili, secondo mons. Doni, anche in una “forma di catechesi intesa solo come trasmissione di nozioni religiose. In questo contesto l’esperienza del lavoro restava fuori l’orizzonte della fede. Va dunque riproposta l’esperienza lavorativa come luogo teologico che rende concreta la salvezza”.