C’è ancora “Poca chiarezza nei percorsi formativi” e una certa “confusione” nei ruoli, soprattutto riguardo alla figura dell’ “educatore professionale”, ossia chi svolge un’attività lavorativa nell’ambito socio-assistenziale. E’ uno dei dati che emerge dalla ricerca curata dal Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) per conto del Ministero del Lavoro, riguardante l’evoluzione delle “professionalità sociali” e presentata oggi a Roma. L’indagine, condotta su 462 organizzazioni di 7 città (Roma, Lucca, Torino, Brescia, Parma, Vicenza, Pesaro) ha analizzato, in particolare, alcune figure professionali di operatori nelle organizzazioni no-profit: educatori, animatori, psicologi, sociologi, assistenti sociali e assistenti domiciliari. Questo per verificare la “domanda formativa” espressa dalle categorie interessate e proporre nuove modalità di “offerta educativa”. Negli ultimi 5 anni, ha spiegato Ugo Ascoli, dell’Università di Ancona, “i 2/3 delle organizzazioni hanno assunto molte persone e oltre la metà si avvale di personale retribuito a tempo determinato. Questo significa che lo sviluppo del settore potrebbe far aumentare l’occupazione, soprattutto di fronte agli imminenti cambiamenti sociali, che stanno portando verso una situazione di ‘welfare mix'” Dalla ricerca è emerso anche una sorta di “identikit” delle organizzazioni: forte radicamento sul territorio (il 63 per cento ha tutte le sedi operative dislocate nello stesso comune), grande autonomia (l’81 per cento non aderisce a reti , consorzi o federazioni, e intrattiene personalmente i rapporti con gli enti pubblici), preferenza della forma associativa in oltre la metà dei casi. Sono organizzazioni “giovani” (la maggior parte non ha più di 15 anni) e destinano i loro servizi soprattutto a minori, portatori di handicap e anziani. Un dato che mette in evidenza “un netto dualismo tra bisogni ‘tutelati’ – ha fatto notare Ascoli – e b isogni ‘dimenticati’ di altre categorie svantaggiate”.