A fronte di una capienza di 37.500 posti, nelle carceri del nostro paese erano ospitati, a fine ’97, 48.200 detenuti. Di questi, solo 158 erano ammessi al lavoro esterno e poco più di 11 mila sono considerati “lavoranti”, nel senso che o svolgono con continuità, o – per lo più – saltuarmente qualche attività lavorativa remunerata. Di questa realtà si è parlato nel corso della conferenza stampa tenuta oggi a Roma per presentare la neo-costituita “Fondazione Carcere e Lavoro”. La presentazione è stata a cura di don Elvio Damoli (Caritas italiana), don Mauro Inzoli (Compagnia delle opere non profit), don Luigi Ciotti (Gruppo Abele), don Virginio Colmegna (Caritas ambrosiana), mentre era assente un altro presidente di ente promotore: don Antonio Mazzi (Fondazione Exodus). Partita in Lombardia, appoggiandosi alle esperienze della Caritas e Compagnia delle Opere, la fondazione raggruppa già 15 cooperative che danno lavoro a 200 carcerati. “Il lavoro – ha detto il presidente don Damoli – è il fondamento per ridare dignità al detenuto, specie in vista della scarcerazione e del suo reinserimento sociale”. Don Ciotti ha ricordato che ogni carcerato costa allo Stato 73 milioni l’anno e che basterebbe ridurre le detenzioni, come dovrebbe avvenire entro il ’99 con una nuova legge (si prevedono 4000 minori ingressi e la riduzione della popolazione carceraria stabile a 45 mila persone), per risparmiare svariati miliardi da utilizzare per educazione, formazione e reinserimento.L’aspetto più inquietante che ha indotto le cinque realtà del mondo cattolico ad attivarsi per creare la fondazione è che molti detenuti sarebbero nelle condizioni di ottenere la semilibertà ma non hanno un lavoro per poterla chiedere. “Il punto è – ha detto don Ciotti – che occorre offrire non lavoro ‘finto’, ma ‘vero'”.