L’evangelizzazione considerata autonomamente, e non all’interno del disegno del servizio di amore che la Chiesa rende al mondo, cadrebbe nel proselitismo, cioè come fenomeno deteriore di interesse per l’altro in vista di sé stessi”. Lo ha detto don Severino Dianich, teologo alla facoltà teologica di Firenze, intervenendo oggi al XXIV convegno nazionale delle Caritas diocesane, in corso in questi giorni a Modena. Don Dianich ha parlato del ruolo della carità nella Chiesa, soprattutto in rapporto al mutamento del modo di percepire la fede nella società. “Oggi l’uomo e la Chiesa si collocano dentro spazi molto vasti e tempi più lunghi – ha affermato – che rendono non progettabile in termini storici l’ideale dell’unificazione dell’umanità in un’unica fede”. Ecco allora che “la carità – ha sottolineato don Dianich – non rappresenta solo un adempimento etico, né un puro strumento a convalida dell’evangelizzazione, ma una componente essenziale della missione costitutiva della Chiesa nel suo collocarsi nel cammino del mondo”. Per questo l’impegno della carità “non può essere considerato strumentale all’evangelizzazione, ma è quest’ultima che ha bisogno di inserirsi nel disegno complessivo della carità, in quanto ne è la prima e centrale forma di realizzazione”. D’altra parte, ha precisato il relatore, “l’impegno sociale e politico della Chiesa non deve partire da una base diversa da quella della sua fede” in modo da “estrarre valori e risposte alle domande dell’uomo”.