Trasmettiamo il testo integrale della nota Sir di questa settimana – E’ il crepuscolo sulle riforme costituzionali, di cui si parla da circa vent’anni. Senza particolari rimpianti. In realtà il processo di riforma cela due problemi. Il primo è l’articolazione del sistema politico. Il secondo è l’efficienza e l’efficacia delle pubbliche istituzioni. E così si scopre che la vera, grande questione è la riforma elettorale. La sua mancata attuazione fu per diversi decenni causa della instabilità dei governi. Sarà realizzata soltanto in condizioni di emergenza, sotto la spinta di un referendum, e senza un preciso disegno, per cui resta la questione cruciale. Così non desta meraviglia il crepuscolo di questa terza Commissione bicamerale, il cui risultato, come si notò a suo tempo, era soprattutto un compromesso tra le forze politiche, espresso da un testo lungo, complesso, frutto di ingegneria istituzionale piuttosto che di una autentica spinta ideale e morale. Di questo c’è invece oggi grande bisogno, anche per evitare il rischio che la difficoltà del processo decisionale porti a tentativi di svolte semplificate, lasci spazio a soluzioni demagogiche.La strada da percorrere è proprio quella opposta. Non a partire dalle alchimie di un sistema politico comunque in una fase di passaggio, ma dai bisogni dei cittadini, che non a caso hanno seguito con sostanziale disinteresse il processo di riforma costituzionale.E qui si pone innanzitutto una questione di libertà e di autonomia. Libertà che significa riconoscere che la persona e le formazioni sociali, come la famiglia, vengono prima dello Stato e degli apparati dello Stato. Libertà che significa incontrare la solidarietà e la giustizia, cioè il limite, in particolare nei processi economici, tecnologici e biotecnologici. Su questo occorre una grande “discussione costituente”, che abbia il coraggio di riprendere esplicitamente l’ispirazione della prima parte della n ostra attuale Costituzione, traendone le nuove conseguenze. Quanto alla seconda parte, è il momento di assumere il principio di sussidiarietà. Non a caso questa parola-chiave della riforma costituzionale è stata nei mesi scorsi oggetto di un gioco al ribasso. Invece da questa bisogna ripartire.La sfida per le forze politiche è ragguardevole, ma la sfida è prima di tutto per le forze vive della nazione. Qui veramente i cattolici possono fare di più. Possono cogliere l’occasione per uscire da un gioco di rimessa. Il Papa ancora una volta in queste settimane ha dato l’esempio. Prima all’assemblea della Cei, poi a Vercelli ed a Torno, infine ricevendo per la prima volta i presidenti delle Regioni e delle Province autonome, ha indicato i grandi nodi del riassetto e del rilancio, la famiglia, la difesa della vita, la scuola, il lavoro, il sistema delle autonomie.C’è del metodo nel ricchissimo magistero del Papa su questa nuova “crisi di fine secolo” che la politica attraversa. Il Papa spinge al rinnovamento, e nello stesso tempo non si stanca di ripetere che il cambiamento, per essere efficace, deve poggiare su solide basi, sul “patrimonio di valori e di civiltà radicati nel Vangelo”. E deve essere occasione per fare crescere tutto il tessuto sociale e nazionale, senza chimere separatiste.Si deve avere il coraggio di chiamare le cose con il loro vero nome, di affrontare i veri problemi. Questo vale per tutti, ma in particolare per i cattolici. Non è lecito oggi chiedere qualcosa di più? Non è forse ora di uscire da una “sindrome di subalternità”, da vecchi complessi, da tic culturali ormai datati? Questo vale certamente per chi è impegnato in politica, e vale per tutti. Senza un ruolo propulsivo ed originale dei cattolici può veramente mancare qualcosa di indispensabile per evitare che questa interminabile transizione continui ad avvitarsi su sé stessa.