“Sono state tante le fortune che ho ricevuto. Tra queste, l’aver vissuto in comunità”. E’ una riflessione ad alta voce quella che don Vinicio Albanesi propone nel suo libro “Il Dio della compagnia”. A presentarlo, oggi a Roma, oltre al presidente del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza, c’erano Rodolfo Brancoli, del comitato di direzione di “Liberal”, e Gianluca Nicoletti, giornalista, noto al grande pubblico come conduttore di “Golem”. “E’ l’altra dimensione di don Vinicio, quella che ho scoperto leggendo questo libro – ha esordito Rodolfo Brancoli -. Troppo forte è il rischio, anche tra i preti, di radicalizzare il proprio impegno sociale, fino a diventare qualcosa d’altro. Così come è forte la tentazione di assolutizzare il proprio percorso, quando invece la ricchezza della Chiesa risiede anche nella molteplicità delle sue espressioni. Questa apparente contraddizione è un aspetto che sicuramente ha fatto riflettere don Vinicio. Spingendolo ad interrogarsi sulla spiritualità che nasce dal suo ministero quotidiano”. “La mia fatica più grande – gli ha risposto don Albanesi – è stata proprio quella di conciliare l’amore per il prossimo e l’amore per Dio. Ma ho capito che non si può amare Dio se non si ama quello che lui ama. E quindi le sue creature. Assumendo la sofferenza dell’altro, condividendo la sua storia, facendosi prendere dal male stesso e rispondere con il bene, senza clamori e senza troppe parole, agendo nel silenzio e con misericordia”. “Ma proprio in questo suo stile, nella discreta operosità, risiede la trasgressione di don Vinicio – ha notato Gianluca Nicoletti – E cioè il ritornare alla semplicità evangelica, che rifugge i facili palcoscenici. Che rinuncia alla visibilità, perché non accetta più la distorsione dell’informazione spettacolarizzata, il grande circo della sofferenza che enfatizza il dolore per fare audience”.