SUDAN: UN VESCOVO CERCA DI RISCATTARE 3000 “BABY SCHIAVI”

100 dollari per un bambino, 50 per una bambina. Sono queste, in Sudan, le “tariffe” da pagare per riscattare i 3000 “baby schiavi” delle tribù arabe e nomadi dei “Baggarà”, armati dal governo di Khartoum per saccheggiare i villaggi del Sud. A raccontarlo all’agenzia di informazione Fides, della Pontificia opera missionaria della propagazione della fede, è mons. Macram Max Gassis, vescovo sudanese di El Obeid, che dal 1990 vive in esilio e opera solo nelle zone controllate dallo Spla, l’esercito di liberazione sudanese che si batte dal 1993 per l’autodeterminazione del Sudan meridionale a maggioranza nera e cristiano-animista. “Nel 1990 – racconta il vescovo – ho riscattato i primi 50 schiavi e denunciato il fenomeno. I bambini sono tenuti come servi nelle famiglie dei Baggarà o venduti come servi ad altre tribù arabe. Le adolescenti divengono concubine o ‘strumenti di piacere’ per le milizie musulmane e le forze armate. Gli adolescenti maschi vengono rinchiusi nei ‘peace camp’, campi di concentramento e addestramento militare istituiti per arabizzare e islamizzare i neri del Sud e unirli alle milizie musulmane”. Riguardo alla sorte dei “baby schiavi”, mons. Gassis spiega: “A volte li ricompriamo, a volte riescono a scappare e raggiungono le zone controllate dallo Spla; le bambine di 12-13 anni arrivano esauste e incinta”. Il vescovo denuncia anche l’indifferenza del mondo occidentale al fenomeno: “Il Sudan ha il petrolio, e l’Occidente teme di perdere i propri interessi. In Occidente, poi, si fatica a distinguere tra Islam e fondamentalismo. Con l’Islam abbiamo sempre dialogato: nelle nostre scuole e ospedali venivano musulmani, cristiani, animisti. Ma il fondamentalismo islamico è un’ideologia politico-economica che usa la religione come copertura”.