“Non è stata approvata la legge sul voto degli italiani all’estero. Pochissimi i contrari, ma era necessario un quorum particolare, trattandosi di una legge costituzionale. Così è stato fatale un gioco di assenze distribuite su gran parte dell’arco delle forze politiche, che pure a parole, con l’eccezione di Verdi e Rifondazione, si erano dette favorevoli. In realtà, nonostante le formali dichiarazioni, è sempre mancata nelle forze politiche italiane, ancora nei decenni scorsi, una chiara volontà di dare il voto ai nostri connazionali all’estero. Il timore che questo potesse alterare (in particolare a favore della destra) i fragili equilibri caserecci si è sempre accompagnato ad una forte miopia nel valutare la presenza dell’Italia e degli italiani nel mondo. E’ questo il dato che deve fare riflettere, la prima, amarissima lezione di questa vicenda. La cosiddetta seconda repubblica si presenta sotto questo profilo anche inferiore alla tanto vituperata prima. Eppure oggi è più che mai urgente riuscire ad articolare un convincente discorso sui nostri interessi e sulla nostra identità nazionale, al di là degli interessi di corto periodo delle forze politiche. La seconda lezione di questo voto è che si conferma una sorta di surplace decisionale. Tutte le decisioni sui grandi temi oggi sono congelate. Il sistema politico (governo e parlamento) sembra girare su se stesso, caratterizzandosi per grandi proclami, ma scarsa concretezza. Di questo passo non farà che accentuarsi un senso di estraneità e di frustrazione da parte dei cittadini nei confronti dalla politica e delle forze politiche, con esiti imprevedibili, ma certo non positivi per il Paese”.