Non si annunciano giorni di vacanza, per la politica italiana, alla vigilia della tradizionale sospensione estiva. Troppi sono i temi caldi all’ordine del giorno. Rinviate a settembre le decisioni legislative, resta tuttavia una sensazione di malessere e di precarietà. Inoltre la verifica politica, come nelle migliori tradizioni di trent’anni fa, del centro – sinistra di Moro, Nenni e La Malfa, si trascina da mesi e sarà puntualmente ripresa in autunno. Permangono le code, i veleni ed i conflitti di Tangentopoli: molti procedimenti penali sono in corso e si dovrà decidere sulla proposta di una commissione di inchiesta su una stagione della nostra storia ancora aperta. Ulteriore complicazione, ma anche, paradossalmente, una certa garanzia di tenuta di questa situazione precaria ed instabile, sembrano gli appuntamenti istituzionali che incombono: l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, preceduta dal semestre bianco, ed il complesso gioco sui nuovi referendum elettorali, promossi da un composito arco di personalità con il dichiarato obiettivo di produrre cambiamenti negli equilibri politici. Al momento non si può dire se la soluzione (su cui peraltro gli stessi referendari sono fortemente divisi) potrebbe essere peggiore del male. Peraltro l’esperienza insegna che semplicemente cambiando le leggi elettorali non si creano nuovi e credibili soggetti politici. La transizione resta lunga.Mentre in Europa rischiamo di contare sempre meno, come pure sugli scenari del mercato globale, il teatro della politica manda in onda una rappresentazione tradizionale: la fragile identità di forze e schieramenti deboli si compatta solo identificando un “nemico”, vero o presunto. E’ un gioco antico ed è evidentemente un segno di debolezza, che sembra ancora allontanare la prospettiva di uno stabile assetto del sistema politico. Ma oltre a questo gioco a somma zero, vi sono altri fattori di debolezza strutturale.La recente discussione, avviata da Ernesto Galli della Loggia, sul “giacobinismo”, invita a cogliere il meccanismo politico – giornalistico, per cui ristrette élites politico – culturali, collocate “a sinistra” nel discorso ideologico, ma non certamente nella tutela dei propri interessi, da oltre vent’anni si trovano in una posizione egemonica, in particolare grazie al fatto di disporre di una sorta di “potere di legittimazione”. Non si può dire quanto potrà durare. Molti segni dimostrano tuttavia come la maschera del “politicamente corretto” risulti sempre meno seducente.Si avverte il bisogno di autenticità, soprattutto sui grandi temi. Abbiamo assistito a fatti nuovi negli ultimi mesi. Qualcuno, e segnatamente gli organi di stampa, le associazioni, i movimenti, il mondo cattolico nella sua grande maggioranza, ha saputo dire qualcosa di diverso rispetto ai luoghi comuni. Ed ha ricevuto ampi ed imprevisti consensi. Proprio perchè, sulla famiglia, sulla vita, sui grandi temi della persona, sulla scuola e sul lavoro, sono risuonate delle parole serene e chiare. Si avverte infatti il bisogno di una voce autentica, cioè fuori dal circuito di mediazioni sempre più auto-referenziali di ristretti circuiti della comunicazione e della cultura, fuori dalle nevrosi dei rapporti tra i partiti.E’ facile prevedere che, di fronte alle scadenze del Quirinale, di fronte al groviglio dei rapporti tra politica e settori della magistratura, il dibattito politico resterà ripiegato su se stesso. E’ dunque il momento che si facciano sentire le forze vive del paese, con serenità, con franchezza, senza complessi. Si darà così voce ad interessi autentici, alle speranze e alle ansie di tanti. E si darà anche un contributo alla politica, perché sappia essere più modesta, ma anche più concreta e dunque più vicina ai bisogni ed alle attese dei cittadini.