Una conversione che “rimescola le carte delle nostre abitudini e consuetudini pastorali” che rinnova “un tessuto” complesso e sedimentato nei secoli. La conversione pastorale che “ci attende – secondo mons. Corti – guarda anzitutto la pedagogia messa in atto dai sacerdoti nel momento centrale della settimana: l’Eucarestia domenicale. Lì si radunano dei discepoli; da lì devono uscire degli apostoli”. La missione non è dunque qualcosa “in più”, rispetto ai tanti impegni che già ci sono; è invece l'”educazione da dare a coloro che sono vicini”. Questa “rivoluzione”, per mons. Corti, trova molti ostacoli come “l’affollamento delle proposte pastorali” che “vorrebbero raggiungere le nostre comunità” con il rischio che “la proposta così essenziale del convegno di Palermo resti solo un documento invece di penetrare come seme della vita pastorale quotidiana. Ma secondo il vescovo di Novara ci sono anche altre scelte da fare. “Ci sono momenti e luoghi che vanno recuperati alla intenzione originaria per la quale sono stati voluti: la trasmissione del Vangelo e l’educazione a viverlo (penso, in questo momento, a una esperienza: quella degli Oratori, molto presente nel Nord Italia)”. La “scelta educativa”, assunta come primaria, “permette un discernimento circa ciò che può restare, perché valido, e ciò che andrebbe lasciato cadere, perché peso ingombrante”. Indicazioni da tenere presenti, secondo mons. Corti, nell’elaborazione di un progetto pastorale nell’ottica della ‘missio ad gentes’ che può diventare la logica che governa la vita di una comunità cristiana.