In materia di organizzazione sanitaria la ricerca rivela che l’84,9 per cento di intervistati ritiene che il settore pubblico debba garantire ogni servizio salvo poi nel 36,6 per cento fare ricorso a strutture private a pagamento completo. Una contraddizione apparente, si legge nella ricerca, che si sposa al favore con cui gli intervistati accolgono la possibilità di scegliere tra strutture private e pubbliche. L’indagine ha poi evidenziato la visione strumentale degli italiani della salute per cui per il 35,5 per cento degli intervistati ritiene che “essere in salute significa sentirsi in forma ed efficienti” mentre solo il 19,9 per cento la definisce come “situazione di stabilità ed equilibrio psicofisico”. “Il concetto di salute, così come emerge dalla ricerca, – ha commentato Giuseppe De Rita del Censis – perde il suo significato sociale. Ciò che conta oggi è l’efficenza individuale. Non esiste più il rapporto tra la salute e la sua dimensione sociale, con la dimensione psicofisica. L’efficenza la si raggiunge col farmaco. Ogni malattia, anche quella con valenza sociale, viene gestita con il rimedio biochimico. Se questo ‘trend’ della ricerca venisse confermato in futuro, avremo una offerta capitalistica e consumistica di farmaci a discapito del rapporto malato e società. Cosa resta? Il malato terminale, quello che non può più essere curato col farmaco. Non vorrei essere cattivo ma il destino del servizio pubblico sarà quello di occuparsi dei terminali”.