La clonazione umana non è mai “terapeutica” e rischia di trasformarsi in una “nuova barbarie”. Il grido d’allarme viene da mons. Elio Sgreccia, direttore del Centro di bioetica dell’Università Cattolica, che firma un documento, diffuso oggi, in cui si fa il punto sui recenti esperimenti di clonazione umana, che hanno suscitato scalpore nell’opinione pubblica. Questa, spiega infatti Sgreccia, è stata “indotta a credere che si potessero produrre cellule e tessuti, per clonazione da altre cellule e tessuti senza considerare, invece, che tale procedura implicherebbe necessariamente la generazione di embrioni umani, sia pure allo stadio di blastocisti, non destinati ad essere trasferiti nel corpo di una madre per il successivo sviluppo ma al solo fine di usarne le cellule ed essere così distrutti”. Il risultato è stato quello di accreditare “una clonazione con finalità terapeutica”: in realtà, si legge nel documento, “ciò che l’industria biotecnologica intende realizzare attraverso questo tipo di tecnologia si configura come una vera e propria clonazione di individui umani”, cioè “una produzione di cellule e tessuti a partire da individui umani clonati”. Per Sgreccia. “il valore della vita umana rende illegittimo un uso puramente strumentale dell’esistenza di un nostro simile, chiamato alla vita per essere usato soltanto come materiale biologico”. Questa prassi, inoltre, “stravolge il significato umano della generazione”, perché l’atto generativo viene spersonalizzato e “diventa un processo tecnologico che rende l’essere umano proprietà d’uso di chi è in grado, in laboratorio, di generarlo”. Queste tecniche, infine, introducono “una vera e propria discriminazione tra gli essere umani”, per cui “un embrione vale meno di un feto, un feto meno di un bambino, un bambino meno di un adulto”. In questo modo, conclude Sgreccia, “la civiltà occidentale rischia di permettere, con la mediazione della tecnologia, una nuova barbarie”. ” “” “” “