NOTA SETTIMANALE. Pubblichiamo il testo integrale della nota settimanale del Sir.

I problemi ci sono e tutti li conosciamo molto bene: dalla scuola al lavoro, alla criminalità, alle emergenze che non sono ormai più tali, come quella dell’afflusso di profughi ed immigrati dalle nostre frontiere marine orientali e meridionali. Il punto è che oggi risulta sempre più difficile cercare di mettere in fila questi problemi, trovare e soprattutto svolgere coerentemente il filo che permetta non tanto di risolverli, quanto di affrontarli in maniera pertinente. Si sta accumulando un deficit non meno inquietante e non meno dirompente di quello che fu accumulato a partire dagli anni settanta nei conti pubblici. Oggi come allora si cerca di ignorare il problema. Ma tutti lo percepiamo.” “Ha constatato Remo Bodei, alla riunione dello scorso mese di maggio della Società Filosofica Italiana, che “le tradizioni di pensiero che ci avevano intellettualmente saturato non ci sorreggono più e che l’orizzonte del futuro, delle attese, si è abbassato”. Insomma, alla complessità ed alla difficoltà di mettere in fila i problemi, constatata l’assenza di punti di riferimento precisi, si risponde con una operazione culturale di ritirata: abbassare l’orizzonte del futuro, delle attese. Certo non è una novità. Era stato teorizzato più volte nel corso di questo secolo. Sartre aveva scritto, a conclusione di un suo libro famoso, oggetto di culto di più di una generazione (quella stessa che oggi controlla molte leve nella comunicazione e nella politica) che alla fin fine è la stessa cosa ubriacarsi in solitudine e guidare i popoli. La novità è che dai dibattiti intellettuali queste constatazioni si sono ormai radicate nei comportamenti collettivi e nella sensibilità di massa. Siamo tutti più poveri ed il deficit aumenta.” “Basta rassegnarsi oppure è possibile mettere in atto comportamenti positivi? L’alternativa non è retorica ed è suggerita ancora una volta dalla prolusione con cui il cardinal Ruini ha aperto i lavori del Consiglio Permanente della CEI. Ruini ha fiducia prima di tutto in una sorta di principio di non appagamento, in una sorta di naturale istinto a non appagarsi. Ma è anche consapevole che “il rischio della rassegnazione si mescoli a quello di una protesta indifferenziata e alla fine sterile”.” “L’unica alternativa strutturale a questo processo di rassegnazione, di ulteriore crescita del deficit culturale e morale è nel ritrovare la capacità di distinguere, di dire dei “sì”, di dire dei “no”. Non per difendere posizioni di potere, ha tranquillizzato il cardinale, ma per cominciare ad articolare concrete risposte a problemi assai evidenti, anche se per molti aspetti nuovi. Si capisce così come la famiglia, i problemi delle bio-tecnologie, quelli dell’identità a proposito delle migrazioni, e quelli dell’educazione e della scuola siano vere, cruciali questioni, e non semplicemente dei pallini dei cattolici.” “I primi commenti dimostrano che il discorso è stato colto. Che le preoccupazioni espresse dai cattolici non sono semplicemente la difesa di un punto di vista, ma rappresentano un pressante invito rivolto a tutto il corpo sociale. ” “In Italia tradizionalmente c’è una sovra-esposizione politica, per cui tutto rischia di essere “buttato in politica”. Lo dimostrano anche tante polemiche sul necessario sostegno alla scuola non statale, come pure a proposito dell’immigrazione, con il risultato che si rischia concretamente di non avere un chiaro indirizzo legislativo a proposito di queste ed altre questioni cruciali proprio per eccesso di esposizione politica (nel senso riduttivo del termine). Si rischia, per la sovra-esposizione del dibattito immediato, di non guardare al futuro prossimo, di non fare i conti con la necessità di decidere e di innovare sul serio. Con il risultato di una perdita di fiducia nella politica, e quindi di un corto-circuito.” “Ecco dunque la necessità di essere realisti sui problemi, ma anche di essere franchi sui principi. Il “risveglio morale” implica che tutti facciano la propria parte. Prima di tutto i cattolici, chiamati a dimostrare con le parole e coi fatti la fecondità della fede. “Perciò – ha detto il cardinale Ruini – occorre tenere viva e forte la radice teologale di ogni contribuito che, come Chiesa e come cristiani possiamo dare per il bene della nostra nazione”.” “