“E’ in primo luogo e quasi unicamente la comunità cristiana – ha denunciato il vescovo di Como – a lenire le sofferenze e a salvare le vite di molti tra questi poveracci che sono tra noi. E’ troppo chiedere che tale ‘supplenza’ non costituisca motivo di disimpegno per chi ha l’obbligo morale e giuridico di creare le condizioni di una società umana, libera e giusta?”. Don Beretta “non si rassegnava allo sterile lancio di messaggi solenni”. “Non generalizzava mai – ha detto mons. Maggiolini -, parlando di extracomunitari. Ve ne sono di onesti e laboriosi. Oggi non li confonderebbe con l’unico tra loro che l’ha pugnalato tre volte. Ma vi erano fratelli da aiutare. Non li poteva negare. Non poteva fingere di non vederli. E, con il Vangelo in mano, li aiutava”. Ricordando il parroco di Ponte Chiasso, mons. Maggiolini ha poi detto che non era né un “rivoluzionario” né un “filantropo”. “L’aiuto materiale – ha ricordato – era la concretezza del Vangelo tradotto in opere umane. Amava il fratello perché si sentiva amato da Dio”. ” “Il vescovo di Como ha concluso la sua omelia, leggendo il testamento spirituale di don Beretta. “Per grazia – si legge – sino ad oggi, non sento di temere la morte; attraverso Lei, la morte, mi è dato di ‘vedere Lui’, il Signore, tanto desiderato”. “Voglio che la mia morte – scriveva il parroco – sia un atto di adorazione, di fiducia, di amore per il mio Dio, Signore, Salvatore. Quello che ancora ho, non mi è mai appartenuto. Ho ricevuto tutto, tutto appartiene a chi è nel bisogno”. ” “