“Nel 90% dei casi è la politica che determina la scelta della sentenza capitale”. E’ la denuncia che suor Helen Prejean, la religiosa che da anni si batte contro la pena di morte, lancia dall’agenzia internazionale Fides a poche ore dall’incontro che il Santo Padre avrà oggi con il presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton. Nell’omelia di sabato 23 gennaio, Giovanni Paolo II ha chiesto di “porre fine all’inutile ricorso alla pena di morte” e suor Helen ha presentato nel novembre dello scorso anno all’Onu 100 firme di premi Nobel (tra cui Nelson Mandela e il Dalai Lama) in appoggio della campagna per la moratoria della pena di morte nel 2000. Esponendo all’agenzia Fides la situazione degli Stati Uniti, suor Helen ha detto che “l’85% dei 3.400 detenuti nel braccio della morte vi si trova per aver ucciso un bianco, sebbene in media il 50% delle vittime degli omicidi siano persone di colore. I condannati sono generalmente neri che hanno assassinato bianchi. E’ il desiderio di vendetta che conduce a questo”. Suor Helen denuncia che “esiste uno schema razzista nell’applicazione delle sentenze” e che “povertà e denaro giocano un ruolo determinante”. Secondo suor Helen, la recrudescenza nell’applicazione della pena di morte è da ricercare nel “desiderio di risolvere i problemi sociali con la violenza e con una ‘soluzione militare'” che conduce ad “annientare il nemico”. E il “colpevole – spiega la religiosa – è avvertito come un nemico della società”. “Molti politici – prosegue suor Helen – hanno paura di perdere voti se si schierano contro la pena di morte”. Ma pensare che la pena di morte sia un deterrente alla violenza, conclude suor Helen, “è una sciocchezza”. Negli Usa, solo dal 1972 al 1993, sono state liberate 48 persone che erano state condannate a morte e poi sono risultate innocenti.