“Gli assassini di don Pino si erano illusi di farlo tacere. Di fatto, uccidendolo, ne hanno amplificato la voce e la testimonianza. Per l’ennesima volta, la mafia è caduta nell’errore di pensare che gli ideali si possano spegnere a colpi di lupara”. Commenta così padre Bartolomeo Sorge, nell’editoriale dell’ultimo numero di “Aggiornamenti sociali” (novembre ’99), l’assassinio di don Pino Puglisi, parroco al quartiere Brancaccio di Palermo, trucidato sei anni fa dalla mafia: la notizia dell’apertura del processo di beatificazione del sacerdote siciliano, osserva Sorge, è stata praticamente ignorata dalla “grande stampa”. Don Puglisi, osserva il gesuita, “non era una ‘testa calda’, né un prete politicante”, ma solo “il parroco di un quartiere popolare ad alta intensità mafiosa”. Ciononostante, è diventato uno dei “nuovi martiri dei nostri giorni”, che “vengono uccisi non perché credono, ma perché amano”: come mons. Oscar Romero, ucciso “perché amava i campesinos e chiedeva per loro una vita degna di figli di Dio”, don Pino “è stato ucciso perché la mafia non poteva tollerare l’amore con cui egli si dedicava a sottrarre i giovani alla strada e alla malavita”. La testimonianza che Salvatore Grigoli, l’assassino di don Puglisi, ha reso pubblicamente dopo essersi convertito, secondo Sorge dimostra che “per estirpare la mafia non bastano le armi dei Carabinieri e della Polizia; anche i mafiosi le hanno. Non bastano i politici e i magistrati, che la mafia può corrompere o uccidere. Certo, ci vuole il coraggio delle forze dell’ordine, ci vogliono i politici e i magistrati onesti; ma la forza decisiva per sconfiggere la mafia è l’amore, la carità alimentata dalla fede, che sola può trasformare le coscienze”. ” “” “