Alla fine di quest’anno, si legge nell’indagine condotta dalla Caritas di Roma sul reinserimento lavorativo dei detenuti, presentata oggi nella Capitale, le persone in stato di reclusione sono quasi 53 mila, “un numero alto rispetto alla tollerabilità delle 203 strutture carcerarie, che arrivano a un massimo di 48 mila posti”; se si tiene conto, poi, delle persone che nel corso dell’anno sono transitate in carcere, si arriva a 135 mila unità. La detenzione riguarda in prevalenza maschi, 96 su 100, mentre i detenuti stranieri sono un quarto del totale e per lo più hanno meno di 30 anni: per comprendere quest’ultimo dato, osserva la Caritas romana, bisogna “fare riferimento alle organizzazioni malavitose e ridimensionare l’equiparazione tra immigrazione e criminalità”. Un altro dato che emerge dall’indagine è che “la detenzione è riservata per la maggior parte (58,3%) a persone che sono solo imputate”: tutto ciò a causa della “lentezza della macchina della giustizia, che costringe alla promiscuità tra imputati e condannati con grave sovrapposizione tra la funzione di custodia e quella della pena”. Del quinto dei detenuti che lavorano (11.970 su 52.980), l’86% ha l’amministrazione penitenziaria come datore di lavoro: i casi di lavoro all’esterno sono solo 747, cui si aggiungono le 1.286 persone in regime di semilibertà, di cui parte ha anche trovato un lavoro. Dalle risposte al questionario della Caritas sul reinserimento lavorativo dei detenuti, risulta che in più della metà dei casi il fatto di essere stati in carcere costituisce “un serio ostacolo” per raggiungere questo obiettivo; eppure, 9 detenuti su 10 erano già in qualche modo inseriti nel mondo del lavoro prima dell’ingresso in carcere. “”” “”” “”” “”” “”” “”” “”” “””