MONS. SCOLA: ANCHE LA MEDICINA PUÒ “AMMALARSI”

“Vivere in Cristo” per gli operatori sanitari “significa testimoniare, fin nel singolo atto terapeutico, che il filo rosso della speranza non si spezza neppure dentro la malattia e la morte”. Lo ha detto al Sir mons. Angelo Scola, rettore della Pontificia Università Lateranense, che interverrà questa sera all’incontro di spiritualità rivolto agli operatori sanitari, organizzato dalla diocesi di Roma nell’ambito delle iniziative della “missione cittadina” in preparazione al Giubileo. Secondo Scola, il binomio salute-salvezza è al centro dell’attività medica, in preda ad “un cambiamento radicale”. “Oggi – ha spiegato il relatore – i fondamenti della medicina sono rimessi in questione a partire dalla biologia”. La bioetica, ad esempio, “non ha raggiunto lo scopo di regolare i progressi sempre più rapidi delle scienze biomediche”, ma al contrario “appare come una nebulosa di grande complessità in cui si fondono allo stato fluido questioni biologiche, mediche, etiche, giuridiche e teologiche”. La tendenza ad “occultare la morte”, la concezione della terapia “come variabile indipendente dal concetto di salute integrale”, le “tentazioni eugenetiche” che riaffiorano in materia di procreazione assistita: sono questi, secondo il rettore della Lateranense, alcuni “mali” della medicina attuale, che corre oggi “il grave rischio” di cedere “alla tentazione dell’utopia”, attraverso la “pretesa implicita di raggiungere una perfezione biologica che elimini la finitezza dell’uomo e, quindi, la malattia e la morte”.