Pubblichiamo il testo integrale della nota Sir di questa settimana. Si complica, com’era largamente previsto, il groviglio della guerra jugoslava e più che mai attuale per tutti risuona il grido di Giovanni Paolo II: “il Papa sta con il popolo che soffre e a tutti grida: è sempre l’ora della pace. Non è mai troppo tardi per incontrarsi e negoziare”. E non si tratta solo del grido del pastore, che fa di tutto per sottrarre vittime incolpevoli al massacro delle bombe o dell’odio. E’ anche una lucida indicazione per tutti i responsabili politici.” “Certo, è difficilissimo trovare il bandolo diplomatico della matassa, come peraltro è difficile spezzarlo con la forza delle armi, più o meno “intelligenti o invisibili”.” “Perché la questione è aggrovigliata e complessa. Ed ha una sorta di premessa geo – politica. Tutte le grandi potenze, nel corso di secoli di storia, hanno finito col cimentarsi con il groviglio balcanico. Anche gli Stati Uniti, come tutte le grandi potenze della storia, dall’impero austriaco a quello russo, dall’impero britannico a quello ottomano, alla Francia, alla Spagna, fino all’effimero impero italiano ed al tragico terzo Reich hanno così finito col cimentare le proprie forze in questo tormentato pezzo di Europa, in cui la storia impartisce da secoli lezioni tragiche, ben poco ascoltate.” “Invece il punto è proprio quello di uscire da quel nesso tragico di terra e sangue, che da secoli, alimentato dal sottosviluppo e da una economia di mera sussistenza, percorre le montagne dal Danubio al mare. Come l’Europa della metà di questo secolo, tutta la regione è alla ricerca di una sorta di “anno zero” da cui ricominciare, così da rendere anacronistici i sogni della “grande Serbia” o della “grande Albania”, il conflitto di nazionalismi piccoli ma radicati, che dalle sconfitte e dal sangue traggono alimento per rinnovata fierezza. Certo la dittatura comunista aveva tenuto tutti a bada. Ma aveva tutti svuotato e prostrato, cosicché si spiega un decennio di lotte e guerre, fino alla tragica escalation dei giorni scorsi.” “Il punto allora non è dare ragione all’uno o all’altro dei contendenti sul terreno, fare vincere un nazionalismo piuttosto che un altro, ma fermare la mano agli aggressori e nello stesso tempo sparigliare il gioco. E’ forse questo che è mancato all’Unione Europea, che certamente meno degli Stati Uniti aveva interesse ad una escalation militare diretta. Proprio perché l’Unione Europea nasce dal superamento di uno storico conflitto che si è consumato sulla striscia renana, e di cui ultimi accenni furono le tensioni nell’Alto Adige fino agli anni sessanta.” “Si deve, dunque, sparigliare la partita “blot und bloden”, della terra e del sangue, del nazionalismo e dello statalismo, per fare crescere l’idea di nazione collegata con quella di comunità più vasta, ai valori della cultura, della libertà, alla prima libertà, quella religiosa, quella che apre la persona al trascendente. Se rileggiamo il magistero sull’Europa e sulle nazioni di Giovanni Paolo II questo motivo ricorre. Ed è un fondato motivo di speranza.” “D’altro canto l’Europa ha perso negli ultimi anni molte occasioni di dimostrare la sua esistenza. C’è tutto uno scacchiere, quello sud – orientale, che è oggetto dell’iniziativa strategica americana e risulta sostanzialmente abbandonato. Che i Paesi europei non siano ancora in grado di ragionare in termini di Unione? ” “Questo interrogativo è ancor più imporante se si pone il problema di come uscire da questa guerra e di sparigliare il gioco dei nazionalismi. L’impressione è che al conflitto si sia arrivati senza strategie credibili per dare soluzione a questo, che è il vero problema dell’intera regione. Alla catastrofe umanitaria, già purtroppo in atto, si aggiungerà il peso di una ulteriore sconfitta e di una spirale dagli esiti imprevedibili, se non emergono soluzioni alternative alle armi. E’ quanto, con grande coerenza, invita a fare il Papa fin da quando è iniziata, ormai molti anni fa, la crisi jugoslava. E’ quanto si può, oggi, fare nonostante la guerra, per spegnere ma soprattutto per costruire un quadro di pace e di sviluppo, in cui tutti possano riconoscersi. ” “