L’arcivescovo tiene a precisare che “le unità pastorali non vengono pensate solo per una più logica distribuzione del clero ma per una piena valorizzazione dell’azione pastorale. Basta pensare alla catechesi che ha tutto da guadagnare se piccoli gruppi di bambini e ragazzi possono beneficiare di autentici e provati catechisti. E così la catechesi presacramentale degli adulti. Ancor più è indispensabile una ‘utenza’ più larga delle singole parrocchie se si vuole rispondere alle esigenze della nuova evangelizzazione nel campo sociale. Gli esempi abbondano”. “Non si tratta – aggiunge Bonicelli – di un’operazione di ‘ingegneria pastorale’. Ci sono valori più alti della vita ecclesiale che trovano nelle unità pastorali un nuovo modo di esprimersi”. ” “Ma come si configurano concretamente le “unità pastorali”? “Allo stato attuale della riflessione e delle scelte – spiega mons. Bonicelli – due sembrano le unità pastorali che si impongono. Anzitutto quella legata all’omogeneità del territorio: comune, piccola città, vallata, quartiere urbano, centri storici. La seconda invece punta su una specializzazione della vita pastorale che nessuna comunità esistente riesce da sola a portare avanti. E’ il caso della pastorale giovanile o quella familiare, ad esempio, dove un prete idoneo è ‘accreditato’ presso un gruppo di parrocchie per garantire questo servizio”. Una simile “trasformazione – ammette l’arcivescovo – non può essere del tutto indolore né uniforme” ma “limitarsi agli aspetti organizzativi, anche se importanti – conclude – vorrebbe dire impoverire invece che arricchire la Chiesa”.” “