KOSOVO: NOTA SETTIMANALE SIR. Pubblichiamo il testo integrale della nota Sir di questa settimana

Al vertice di Washington per il cinquantesimo anniversario della costituzione della Nato il presidente americano Clinton ha ripetuto più e più volte: vinceremo, dobbiamo vincere.” “Ma cosa significa vincere, a proposito della guerra non dichiarata della superpotenza mondiale e dei suoi alleati contro la Federazione iugoslava? Significa, come si è ripetuto a Washington, “un futuro migliore, Jugoslavia inclusa, basato sulla democrazia, la giustizia, l’integrazione economica e la cooperazione nella sicurezza”. Ma come realizzare questo obiettivo, che evidentemente traduce il senso di una vittoria per tutti, per tutte le parti in conflitto? La domanda che si trascinava da mesi, è ancora lì, dopo settimane di guerra e di costi sempre più alti, sia in termini di risorse, che soprattutto di vittime e di brutalità.” “La risposta è certo difficile perché a questo obiettivo se ne aggiungono altri, assai meno espliciti o comunque nebulosi, come è emerso anche intorno al tavolo pentagonale dell’Alleanza atlantica, a partire dal ruolo mondiale degli Stati Uniti. Ed allora qual è il senso, il respiro strategico e quali sono le prospettive della partnership atlantica, dopo la fine della guerra fredda e dopo questa guerra cruenta che si è consumata con una delle ultime roccaforti del comunismo nazionale? Che ne è in prospettiva dell’Unione europea, sollecitata da un conflitto iniziato subito dopo l’Euro a prendere in considerazione un capitolo, quello della difesa comune, chiuso nel 1954? E poi, quali sono le relazioni tra la linea politico-strategica di una alleanza politico-militare ed il quadro del diritto internazionale: qual è il rapporto tra Nato ed Onu? Posto il principio della “ingerenza umanitaria”, in base a quali criteri si decide ove ingerirsi e ove non intervenire?” “Queste (e molte altre) domande sono emerse nei giorni del vertice dell’Alleanza atlantica. Sono anche alla base delle discussioni sul “nuovo ordine mondiale” di cui si parla da diversi anni, e su cui non si hanno ancora certezze. In Italia tradizionalmente si riflette e si elabora molto poco di questi argomenti: la credibilità del nostro Paese sul piano internazionale passa invece anche di qui.” “Mentre gli eserciti si rafforzano e si parla ormai apertamente di “soluzione terrestre”, le diplomazie, che non hanno mai cessato di lavorare, potrebbero aprire nuovi spiragli. Dei tanti scenari di cui si discute in queste settimane, certamente il peggiore, anche per gli interessi dell’Italia e degli italiani, sarebbe la creazione, sulle macerie fumanti della guerra, di un’area di permanente instabilità a pochi passi dai nostri confini, in cui le pulsioni nazionalistiche ed etniche si intrecciano con mafie e poteri di fatto. Invece l’impegno di tutti non può che essere quello di recidere la perversa miscela di nazionalismo ed autoritarismo, di sangue e di terra, che è cresciuta in questi anni proprio per l’assenza di chiare prospettive di sviluppo non solo economico, ma prima di tutto civile e morale, sia a livello regionale, che nel più vasto quadro continentale. Di questo ha bisogno la Jugoslavia, hanno bisogno Albania e Macedonia, ma hanno bisogno anche le potenze grandi e piccole coinvolte direttamente o indirettamente in questo conflitto. ” “La caratteristica di questa guerra non dichiarata è tuttavia anche la costante azione diplomatica, che accompagna la drammatica escalation delle bombe, delle violenze, delle deportazioni. E’ oggi più che mai il tempo del coraggio e della responsabilità. Certo dosi quotidiane massicce di armi sofisticate alla televisione e sui giornali, purtroppo, familiarizzano l’opinione pubblica alla guerra. Ma diventa sempre più evidente che il successo delle trattative e della diplomazia è nell’interesse di tutti, e soprattutto della dirigenza iugoslava, da cui ora si attende un segnale chiaro ed esplicito. ” “” “” “” “