Ci è tornato più volte, nei suoi discorsi a Bucarest il Papa sull’immagine del ponte: la Romania è un ponte tra il mondo latino e l’ortodossia, tra la civiltà ellenica ed i popoli slavi. E proprio di questo ha bisogno l’Europa. Ci aveva creduto, ci aveva sperato, Giovanni Paolo II, all’indomani della caduta del muro, evocando i due polmoni, un nuovo, complessivo e condiviso quadro di riferimento per lo sviluppo politico, istituzionale, morale e sociale. Sono seguite le disillusioni, le prove: “Le difficoltà della transizione democratica inducono a volte allo scoraggiamento”. Ai giovani ha detto con vigore giovanile: “Voi che vi siete liberati dall’incubo della dittatura comunista, non lasciatevi ingannare dai sogni fallaci e pericolosi del consumismo. Anch’essi uccidono il futuro”.” “L’Europa è la sintesi, è il ponte, è la capacità di tenere insieme identità e differenza, per cui “la legittima diversità, lungi dall’essere fattore di divisione può contribuire ad una unione più profonda, perché arricchita dai doni di ciascuno”. E’ un processo lungo, ben più lungo dei dieci anni seguiti al “duro inverno della dominazione comunista”. Occorrono “pazienza e saggezza, spirito di intraprendenza e di onestà”. Occorre coraggio, fedeltà alla memoria, ma anche “maggiore audacia”.” “Tutti i temi del pontificato di Giovanni Paolo II sono risuonati nel breve viaggio a Bucarest, che rappresenta una nuova tappa storica, il primo incontro con un paese a maggioranza ortodossa. E puntuale è risultato l’appello ad aprire le porte: “Ci viene chiesto di uscire dai nostri abituali confini per far sentire con maggior vigore il vento della Pentecoste nei Paesi del vecchio continente, fino agli estremi confini del mondo”.” “Non si arrendono il Papa ed il Patriarca Teoctist, protagonisti di uno storico, commovente “scambio di doni”, i doni condivisi nella preghiera e nella liturgia. Non si arrendono neanche di fronte allo sconvolgimento della duplice guerra in Yugoslavia: “Purtroppo il fragore delle armi sembra prevalere – ha detto il Papa lasciando Bucarest – sulla voce suadente dell’amore e lo scatenarsi della violenza sta riaprendo le ferite che con fatica e pazienza si cercava di riemergere”.” “Ma questa situazione, che riporta indietro l’orologio della storia, non è inevitabile, e soprattutto non può essere attribuita a fattori religiosi. Anzi, oggi la religione può essere una risorsa per superare questa spirale negativa di violenze. E’ anche questo il senso della dichiarazione congiunta firmata l’8 maggio dal Papa e dal patriarca Teoctist. E’ un appello al coraggio ed alla responsabilità, a “gesti profetici”, rivolto a tutte le parti coinvolte nel conflitto. E’ l’espressione della convinzione che è possibile e non è soltanto una velleità immaginare “una nuova vita nei Balcani” per cui “grazie alla convivialità nazionale e religiosa, le contrapposizioni e le paure potranno essere superate”. Guarda al Giubileo il Papa, e si porta da Bucarest un sogno, di unità e fraternità. Un sogno che si può realizzare, forse proprio a partire dalle rive del Danubio, uno dei grandi fiumi, come il Reno, un tempo frontiera cruenta, ma che può diventare luogo di incontro.” “Il viaggio a Bucarest dimostra che questo impegno può contare sul sostegno delle Chiese, oltre conflitti i secolari. Ma è altrettanto necessario, si legge nella dichiarazione congiunta, un quadro istituzionale adeguato. Se le Nazioni Unite non possono essere il perno per la soluzione del conflitto e per il ristabilimento della pace, l’Unione Europea e le altre istituzioni per la cooperazione a livello continentale non possono che essere il riferimento necessario per uno sviluppo che tenti di superare le ragioni stesse del conflitto. E’ possibile, ma occorre fare presto” “