“Molti hutu e tutsi non riconoscono di aver ucciso degli innocenti”. Lo ha detto Albert Kayigumire, della Communità “Emmanuel” di Kigali, in Rwanda, nel corso del Congresso mondiale sulla carità, in svolgimento a Roma per iniziativa del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, in preparazione all’incontro del Papa con “I testimoni della carità”, domenica, 16 maggio, in piazza S. Pietro. In Rwanda, ha fatto notare Kayigumire, “esistono ancora dei veri e propri ‘muri’ tra hutu e tutsi, ed è difficile far capire che la via da percorrere non è quella della vendetta, ma del perdono”. Riferendosi al lavoro della sua comunità, attraverso la quale è riuscito ad aiutare personalmente circa 500 famiglie vittime della guerra civile, Kayigumire ha ricordato una frase di una ragazza, che grazie alla Comunità Emmanuel era riuscita a finire I suoi studi: “Non avrei mai creduto che un hutu potesse aiutarmi; finalmente capisco che non tutti gli Hutu sono malvagi e che non bisogna dire questa etnia è così …ma, piuttosto, che quell’individuo è così”. Mons. Irizar Campos, vescovo di Callao, in Perù, ha illlustrato il lavoro di “formazione professionale e sociale” che porta avanti la Chiesa locale in quelle zone, soprattutto tra le comunità indigene, per aiutarle a far fronte alla situazione di estrema povertà in cui si trovano. A proposito del debito estero, mons. Campos ha osservato che “sta cambiando la mentalità, gli appelli del Papa in favore della cancellazione stanno entrando nelle coscienze. I Paesi creditori, ad esempio, se vogliono posso fare molto per cambiare le condizioni di vita del popolo, almeno per assicurare a ciascuno il minimo vitale per la sopravvivenza”.