La “fatica” più importante che la pastorale vocazionale deve affrontare è quella del “passaggio da una pastorale di élite ad una pastorale per tutti”. Lo ha detto mons. Enrico Masseroni, arcivescovo di Vercelli e presidente della Commissione episcopale per il Clero, secondo il quale è essenziale, per un “salto di qualità” della pastorale vocazionale, è “la mediazione insostituibile della comunità cristiana”, in primo luogo della parrocchia”, che “si concretizza nella corretta e rispettosa attenzione ai luoghi pedagogici della fede: i gruppi, le associazioni e i movimenti”. “Coralità e popolarità”: sono questi, per il relatore, gli aggettivi più appropriati per un’efficace pastorale vocazionale, che va riportata “nei solchi periferici delle nostre chiese, in cui è urgente l’apporto di tutti, in cui la gente va aiutata ad entrare nella logica per cui le vocazioni sono da accogliere, ma pure da favorire. Insomma, le vocazioni sono un problema di popolo”. Nella comunità cristiana va poi riconosciuta “la grazia dei cammini vocazionali” classici, come la catechesi, la liturgia, la preghiera, l’annuncio del Vangelo nella testimonianza della carità, essenziali per una pastorale vocazionale veramente “popolare”. Importante, inoltre, è la “pedagogia della proposta”, attraverso la “mediazione educativa” della famiglia, dei catechisti; “determinante”, infine, l’atteggiamento del sacerdote, “coltivatore diretto” di ogni vocazione. Di fronte alla diffusa prassi dell’ “autocandidatura”, per cui sono i giovani a dover “esprimere il desiderio di una possibile ipotesi di vita sacerdotale o consacrata”, e alla “sottile illusione di non condizionare la libertà per lasciarla dispiegare a tutto campo”, il sacerdote è chiamato invece a superare il “silenzio vocazionale”, perché in realtà “l’assenza di una proposta positiva condanna la libertà a soccombere e a cedere ai modelli egemoni, che di fatto si impongono con una forza umanamente irresistibile”. ” ” ” ” ” “” “