“Il valore spirituale delle indulgenze dev’essere né sopravvalutato né sminuito”. E’ quanto scrive mons. Marcello Semeraro, vescovo di Oria, nel sussidio “Il dono dell’indulgenza”, a cura del Comitato Nazionale per il Grande Giubileo del 2000, che è stato distribuito ai vescovi, riuniti a Roma (fino al 21 maggio) per la loro XLVI Assemblea generale. “Disprezzare le indulgenze – commenta Semeraro – sarebbe certamente segno di presunzione spirituale; ma non usufruirne praticamente, non è di per sé riprovevole”. Le indulgenze, spiega infatti il vescovo, “non sono l’unico mezzo a disposizione del fedele per ottenere la remissione della pena temporale. A parte il valore del sacramento della riconciliazione e della penitenza, tutte le opere penitenziali assunte liberamente con l’intenzione di riparare ai propri peccati e compiute in stato di comunione con Dio, tutte le sofferenze amorosamente accettate, tutte le prove piccole e grandi sopportate con umiltà e amor di Dio ottengono un effetto analogo”. Anche se “non necessarie”, precisa tuttavia Semeraro, “le indulgenze sono certamente utili”, poiché “la loro pratica, mentre conserva vivo nel cristiano il senso del peccato, oggi così pericolosamente offuscato, gli ricorda pure di non ritenersi con eccessiva facilità liberato da tutti gli effetti della sua colpa”. La pratica dell’indulgenza, conclude il vescovo, “ricorda al cristiano che tutto è grazia, tutto è dono di Dio; gli ricorda che Dio ha dei benefici immensi riservati per il peccatore che si converte”.