A dieci anni di distanza dal massacro di piazza Tiananmen cosa è cambiato in Cina? “E’ stata, allora, un’umiliazione internazionale – spiega al Sir padre Bernardo Cervellera, direttore dell’agenzia internazionale “Fides” – e in seguito, all’interno del Paese, è aumentato il disamore dei cinesi nei confronti del Partito comunista. E’ anche cresciuto il senso religioso, perfino tra gli stessi membri del partito. Il governo sa bene che diritti religiosi e diritti umani sono collegati, per questo non concede libertà di culto. Anche molti dissidenti di piazza Tiananmen, che all’epoca erano atei, si sono convertiti al cristianesimo. Si sono accorti che per difendere i diritti umani è più importante la fede dell’ideologia”. Nell’ambito dei diritti umani, precisa padre Cervellera, “la Cina ha fatto dei passi in avanti solo a livello teorico. Dopo gli incontri tra Jang Zemin e Clinton c’è stata la firma, da parte della Cina, della convenzione delle Nazioni Unite per i diritti civili, che però non è stata ratificata dal Parlamento cinese. E’ stata quindi solo un’operazione di facciata”. Oggi la situazione del movimento popolare è diversa, spiega, “nelle università si sta riducendo il numero degli studenti e i giovani sembrano pensare solo alla carriera. Però, una volta affermati socialmente, avvertono una grande inquietudine, presente in tutto il Paese, che conduce alla domanda religiosa”. Per far dimenticare piazza Tiananmen, osserva p.Cervellera, la Cina ha rincorso “il miraggio della ricchezza”. Secondo il direttore di Fides c’è anche “una grande responsabilità dei governi occidentali che guardano alla Cina solo come a un mercato”.