Costruire la propria vita intorno al “primato di Dio”, dare testimonianza di “tenace fedeltà alla Parola”, ma soprattutto “coltivare la vita fraterna all’interno delle comunità”. “E’ questa testimonianza che la Chiesa si attende da tutti i religiosi, ma in primo luogo dai monaci”. Lo scrive Giovanni Paolo II in un messaggio reso noto questa mattina dall’abate di Subiaco, mons. Mauro Meacci, e scritto in occasione delle speciali celebrazioni che si apriranno domani con una solenne messa nel monastero del Sacro Speco, per ricordare i 1500 anni della venuta a Subiaco di San Benedetto. La prima indicazione contenuta nella vita del santo è quella di non essere “maestri di esegesi biblica” ma “testimoni di un’umile e tenace fedeltà alla Parola nel poco appariscente registro della quotidianità. Così – scrive il Papa – la ‘vita bonorum’ diviene ‘viva lectio’, comprensibile anche da chi, deluso dall’inflazione delle parole umane, cerca essenzialità e autenticità nel rapporto con Dio”. Il Santo Padre ha poi invitato “ogni monaco” a puntare sull’ “unità della comunità monastica”. “Se manca questa concordia di fondo e s’insinua l’indifferenza o perfino la rivalità – prosegue il Papa – ogni fratello comincia a sentirsi ‘uno fra tanti’, con il rischio di illudersi di trovare la sua realizzazione in iniziative personali, che lo spingono a cercare rifugio nei contatti con l’esterno, piuttosto che nella partecipazione piena alla vita e all’apostolato comune”. Il papa ha concluso il suo messaggio invitando ogni comunità benedettina a diventare “città sul monte”, aperta e accogliente “per i poveri, i pellegrini e quanti sono alla ricerca di una vita di maggiore fedeltà al Vangelo”.