“La rabbia continua ad essere tanta: hanno fatto saltare con una carica di dinamite una delle due chiese ortodosse, all’una di notte: a quell’ora le strade si sono riempite di gente che festeggiava e brindava per l’abbattimento del luogo di culto”. E’ quanto riferisce all’agenzia Fides Andrea Chiereghin, volontario di Chioggia in servizio con altri 15 volontari presso la Caritas albanese di Djacova, una città di 33 mila abitanti al confine tra Kosovo e Albania. Anche se il rientro della popolazione albanese a Djacova è praticamente ultimato, si legge nella nota di Fides, “tra gli abitanti è grande la preoccupazione per i prigionieri albanesi portati via dall’esercito serbo. Al momento di abbandonare il Kosovo, infatti, i soldati di Milosevic hanno porato via 6 mila prigionieri albanesi, e di questi almeno 2 mila sono di Djacova, centro in cui l’Uck era forte e la repressione serba è stata dura”. Mentre la Croce Rossa internazionale cerca di ottenere da Belgrado informazioni sui prigionieri albanesi portati in Serbia, la preoccupazione nelle famiglie di Djacova si trasforma in aggressività contro i serbi e contro il contingente italiano presente in città: “I pochi serbi rimasti – dichiara Chierghin – vivono nascosti e terrorizzati. La distruzione della chiesa non ha fatto che aumentare il loro terrore”. Riguardo alla situazione degli aiuti, il volontario della Caritas deununcia: “Arrivano, anche in abbondanza, ma sono assolutamente insufficienti per rispondere al bisogno: da due settimane siamo senza riso e senza sale”. Desta preoccupazione anche la sorte dei villaggi intorno a Djacova: “Sono distrutti all’85% – afferma il volontario – e l’inverno arriverà tra due mesi: non credo che in così poco tempo sarà possibile provvedere alla sistemazione degli alloggi per tanta gente che è rimasta senza casa”. ” “” “