Nella guerra del Kashmir, che ormai da due mesi coinvolge indiani e pakistani, i cattolici sono “in prima linea” nella solidarietà: è quanto riferisce oggi l’agenzia Fides, che intervista mons. Celestine Elampassery, vescovo di Jammu-Srinagar, in pieno Kashmir indiano, sulla situazione degli oltre 60 mila profughi presenti nella sua diocesi. “Tra loro – spiega il vescovo – ci sono anche molte famiglie cattoliche”; e proprio i cattolici si aiutano l’un l’altro, offrendo ospitalità a intere famiglie di sfollati della zona colpita dalla guerra di confine. La Chiesa cattolica, prosegue però mons. Elampassery, “non può fare molto per carenza di forze”, visto che “su una superficie diocesana di oltre 200 mila chilometri quadrati abbiamo solo 40 preti e 160 suore. Visitiamo la gente colpita e la aiutiamo a trovare un posto dove vivere e a salvare i loro beni. Ho invitato i fedeli alla preghiera: la pace è l’unica nostra speranza”. Nel conflitto, informa Fides, sono ormai coinvolte 9 milioni di persone, tra cui 12 mila cattolici. Gli osservatori temono un’ “escalation della violenza”; il ministro degli Esteri pakistano ha detto che il Pakistan è pronto a “schiacciare il pulsante nucleare”, se la sovranità del Paese fosse minacciata. Il bilancio degli scontri, si legge nella nota, è di oltre 280 morti e 450 feriti fra le truppe indiane e circa 540 vittime da parte pakistana. Intanto, un “forum” congiunto di associazioni pacifiste indiane e pakistane, che comprende anche associazioni cattoliche, sta conducendo una “battaglia culturale” trasversale per la pace. Nell’Angelus del 20 giugno, anche il Papa ha ricordato la tensione nel Kashmir, invitando India e Pakistan ad “intraprendere nuovamente il cammino del dialogo”, ponendo subito fine ai combattimenti. ” “” “