CINA: STORIA DI UNA SUORA SALESIANA “MARTIRE” IN UNA CELLA

“In prigione dal 1951 al 1961. Poi nel campo di rieducazione a lavorare fino al 1976. Finalmente a casa nel 1984. Muore pochi anni dopo”. Così si chiude la breve cronologia della vita di una suora in Cina, negli anni della persecuzione; le consorelle salesiane, sull’ultimo numero di “Vidimus dominum”, ne ricostruiscono la vicenda, a partire dal racconto che lei stessa ne fa attraverso le pagine del suo diario. Di famiglia ricca e benestante, Margaret è una bambina fragile di salute, che diventa un peso per il papà, il quale un giorno, all’insaputa della moglie, la lascia in una cesta presso la riva del fiume. Margaret, miracolosamente, si salva: diventa suora, riesce a farsi una cultura e ad insegnare. Il 6 maggio del 1951, però, viene portata in prigione insieme con il fratello, colpevole come lei di “appartenere ad una famiglia ricca e rivoluzionaria”. A 36 anni, in cella, Margaret non possiede niente: solo due mestoli d’acqua, che devono bastare per una settimana. “Ho cura di non buttare neanche una goccia d’acqua – si legge in una pagina del suo diario – può sempre servire per qualche prigioniera”. Suor Margaret rimane sei mesi senza mai uscire dalla cella: dapprima condannata a cinque anni di lavori forzati, le viene raddoppiata la pena perché aveva scritto una lettera a una suora sua amica. Lo scopo per cui ha lavorato e compiuto tutti i sacrifici che la dura vita di prigione comporta, confida Margaret negli ultimi anni della sua vita, era quello di “essere libera per professare la sua fede”. “Il Signore – spiega – mi ha chiamata perché voleva che io vivessi la mia consacrazione nel buio di una cella, tra le angherie degli uomini, ma nella certezza del suo amore”. ” “” ” ” “” “