A chiedere “con urgenza” la ripresa della cooperazione internazionale in Burundi (colpito da una grave crisi che dura dal ’93) è stato oggi a Roma, in una conferenza stampa presso la Comunità di S.Egidio, mons. Simon Ntamwana, arcivescovo di Gitega e presidente della Conferenza episcopale del Burundi, dopo la visita “ad limina” a Giovanni Paolo II. In una dichiarazione comune, i sette vescovi del Burundi si chiedono se l’interruzione della cooperazione, sia “una punizione pura e semplice alla popolazione, che ha diritto, come tutti i gli altri popoli del mondo, alla solidarietà internazionale”. Mons. Ntamwana ha descritto le tante difficoltà che vive la popolazione a causa delle guerra e della fame. “Continuano gli attacchi dei ribelli lungo le strade e nelle periferie di Bujumbura – ha raccontato -. Dovremo perfino chiedere una tregua ai belligeranti per poter permettere la vaccinazione dei bambini. Sono andati alle stelle i prezzi dello zucchero e del riso, la popolazione è affamata perché non ha soldi per comprare i prodotti. Inoltre in Burundi, se non moriremo di guerra moriremo di Aids: nella sola capitale è ammalato il 20% della popolazione, nel resto del Paese il 6%”. “Finora – dice mons. Ntamwana – gli unici aiuti sono venuti dalle Chiese di Italia, Germania, Belgio, Francia, attraverso le Ong cattoliche – ha detto -. L’Unione europea in questo momento sta commettendo un grave peccato di omissione e omettere il bene è peggio che fare il male”. E a proposito del processo di pace, nella dichiarazione i vescovi riaffermano che “la negoziazione è l’unica strada” da seguire. Il Papa, durante la visita “ad limina”, ha incoraggiato i vescovi del Burundi a continuare a mantenere il loro ruolo profetico e “a prendere sempre più posizione contro le violenze, da qualsiasi parte provengano”.