CEMI: NO AL “SILENZIO INQUIETANTE” SULLE PERSECUZIONI DEI ROM KOSOVARI.

Quando la popolazione in fuga è “zingara”, l’atteggiamento “oscilla tra il silenzio imbarazzato e le dichiarazioni ambigue o allarmistiche. Il silenzio o peggio la diffidenza e l’ostilità con cui viene accolta la loro sofferenza ci interroga come cittadini e come cristiani”. E’ quanto si legge in un documento diffuso il 20 settembre dalla Commissione ecclesiale per le migrazioni (Cemi), e pubblicato integralmente sul Sir di oggi. Anche se la guerra del Kosovo è ormai finita, fa notare la Commissione, presieduta da mons. Alfredo Maria Garsia, vescovo di Caltanissetta e presidente della Fondazione Migrantes – continuano le “ingiustizie e persecuzioni che ora colpiscono specialmente l’etnia Rom. Condanniamo fermamente -questa nuova violazione dei diritti umani, come a suo tempo abbiamo condannato quella compiuta nei confronti degli albanesi”. Durante la guerra, informa la Cemi, “parecchi Rom sono stati cacciati e assassinati dai serbi con le stesse motivazioni che essi utilizzavano contro gli albanesi”. Al contrario, invece, “il sottrarsi alla logica della contrapposizione razziale è atteggiamento che oggettivamente contribuisce a costruire la pace”: di qui l’inconsistenza, per la Cemi, dell’accusa di “collaborazionismo” di cui sono stati fatti oggetto i rom del Kosovo, la cui situazione attuale “è estremamente grave”, visto che meno del 10% della popolazione zingara kosovara (che ammontava a circa 150.000 persone) si trova ancora nella regione. “La maggioranza – informa la Cemi – è in fuga e si trova attualmente in Serbia, in Macedonia, in Montenegro. Alcuni cercano attraverso il mar Adriatico un rifugio all’Ovest, pagando forti somme agli scafisti e rischiando la vita”. Neanche le comunità ecclesiali, per la Cemi, “sono estranee a questa mentalità” ostile, di cui spesso condividono “i pregiudizi e gli stereotipi più ignoranti e grossolani”: di qui la richiesta di verificare che nella Chiesa “non si infiltrino atteggiamenti razzisti che contraddicano di fatto il messaggio che si vuol proclamare”. Il documento si conclude con la richiesta alle autorità civili e politiche di assumersi le proprie responsabilità “a tutti i livelli”.