Gli investimenti diretti esteri nel mondo hanno registrato una “crescita esponenziale” nel 1998, di cui sono stati però protagonisti soprattutto i Paesi sviluppati, a danno dei Paesi emergenti e in via di sviluppo. E’ quanto risulta dal IX Rapporto annuale dell’Unctad (Conferenza delle Nazioni Unite su Commercio e Sviluppo), “Wir ’99”, presentato oggi alla stampa. Lo “stock” mondiale degli investimenti diretti esteri, si legge in particolare nel rapporto, “è cresciuto più del 10% anche nel 1998, fino a raggiungere un valore stimato di oltre 4 trilione di dollari” ed è controllato da oltre 60 mila “imprese transnazionali”, grandi e piccole, che sono una delle novità più rilevanti del processo di globalizzazione in atto nei mercati mondiali. Tali imprese, secondo il rapporto dell’Onu, possono contribuire in modo determinante “alla crescita dei Paesi in vita di sviluppo”, ad esempio introducendo in essi le nuove tecnologie favorendo l’accesso ai mercati internazionali. Il raggiungimento di tali obiettivi, si legge nel rapporto, è tuttavia finalizzato alle “politiche perseguite dai Paesi interessati”, sia da parte dei Paesi in via di sviluppo, sia da parte dei Paesi sviluppati. Questi ultimi, in particolare, sottolinea Wir’99, sono sollecitati ad assumere una “responsabilità sociale” che non è “filantropia”, ma un obbligo di cui le imprese transnazionali devono farsi carico per “migliorare i livelli di vita e le condizioni delle popolazioni delle nazioni in cui si fanno investimenti”. Un altro dato che emerge dal rapporto Onu è la forte marginalizzazione dell’Italia tra i Paesi che investono all’estero, visto che nel mostro Paese si registra “meno dell’1% dei fondi mondiali in entrata”; tra le cause, la perdita di competitività dell’Italia e “l’assenza di una politica di attrazione degli investimenti esteri”. ” “” “