Giulio Andreotti è stato assolto dall’accusa dell’omicidio di Mino Pecorelli. Tra poche settimane lo attende un altro verdetto, a Palermo, ove è accusato di associazione mafiosa. Pressoché unanime è stata la soddisfazione espressa nei confronti del senatore a vita, anche per il modo con cui ha sostenuto, nelle aule del tribunale di Perugia, la lunga prova processuale. Ma Andreotti è troppo legato alla storia del cinquantennio repubblicano perché questa notizia esuli dalla sua storia privata e rilanci sulla questione strutturale della transizione italiana. Sulla quale c’è finalmente la necessità di una qualche riflessione pacata e propositiva. ” “Ad alcune conferme infatti che provengono anche da questa vicenda, si aggiungono persistenti interrogativi. La prima conferma è evidentemente quella che non si può dare una mera soluzione di magistratura requirente alla ri-regolazione del sistema politico. Lo impone infatti prima di tutto proprio la articolazione stessa tra il momento inquirente e quello giudicante del sistema giudiziario, che, anche senza entrare nei complessi (e tuttora apertissimi) problemi tecnici, dall’uso dei pentiti alla posizione delle parti nel processo, presuppone una sana dialettica a garanzia dei cittadini e degli stessi magistrati. Se questo dato è ormai piuttosto acquisito (anche perché da diverse parti si è constatata la pericolosità di tentativi di strumentalizzazione politica della cosiddetta “via requirente”), non meno evidente è il ruolo del sistema della comunicazione. Emblematica potrebbe essere qui la parabola di un cronista giudiziario che oggi fa pubblicità radiofonica per una nota marca di benzina. Nella lunga crisi italiana degli anni novanta certamente il sistema della comunicazione si è trovato in qualche modo privo dei tradizionali punti di riferimento, con il risultato di meramente assecondare una deriva di progressiva semplificazione. Il problema invece è proprio uscire dalla logica del sensazionale per “capire meglio gli accadimenti del mondo”, come ha detto l’altro giorno il Papa ai giornalisti dell’Ucsi.” “Capire meglio gli accadimenti di questi anni novanta, come già lo stesso Giovanni Paolo II avvertiva nell’Epifania del 1994, è la chiave essenziale per uscire dalla transizione: allora esortava a fare “il bilancio” dell’Italia contemporanea. Per capire le trasformazioni, superare le degenerazioni, rispondere alle sfide. ” “Certo l’Italia ha cambiato pelle in questi anni. E’ cambiato il sistema politico, come ha subito una rapida evoluzione quello economico- finanziario. Ma sembra ancora lontano un punto di approdo. Portare a compimento questi cambiamenti comporta però uscire dai luoghi comuni, e mettere a frutto le grandi e permanenti risorse di questo paese. Assecondando effimere mode o scopiazzando riferimenti stranieri sarà impossibile innovare sul serio. Anche perché nessuna restaurazione è possibile, come dimostra proprio la stessa vicenda di Andreotti. ” “Se non è possibile la restaurazione, e non pagano né la semplificazione, né il conflitto per il conflitto, resta solo la via stretta della concretezza, dell’operosità, della valorizzazione delle energie e dei mondi vitali. Sennò, gattopardescamente, tutto finirà come prima, ed anzi cresceranno le rendite dei “soliti noti”, lesti a profittare delle grandi dinamiche di ristrutturazione economica e sociale. Per scongiurare questo incombente scenario occorre una società robusta e organizzata, capace di esprimere le proprie rivendicazioni e la propria identità. Ma occorre anche un sistema politico capace di assumere il proprio insostituibile ruolo. Abbassare il tono e mettersi alla stanga, come diceva De Gasperi: la ricetta della ri-partenza è semplice ed antica. E vale per tutti.” “” “” “” “